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12 Aprile 2019

Spinta ai Fondi integrativi dal nuovo Patto tra Governo e Regioni: “Complementari al Ssn”

E.P.

“Non vi è alcuno stallo. Siamo pronti a portare a termine il nuovo patto”. Mercoledì scorso, durante un question time alla Camera, il ministro Giulia Grilloha risposto così a chi le chiedeva che fine avesse fatto il Patto per la Salute tra Governo e Regioni per il triennio 2019-2020. Ad attenderlo, per il protagonismo che le riconosce in tempi di definanziamento della sanità pubblica, c’è anche la galassia della sanità integrativa. 

Nelle ultime bozze del testo su cui si sta cercando un’intesa, l’articolo 5 è dedicato proprio al “Ruolo complementare dei fondi integrativi al Servizio Sanitario Nazionale” e annuncia una riforma in materia. Si apre con la considerazione che “per garantire la sostenibilità del sistema e l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse pubbliche è opportuno mettere a fattor comune tutte le risorse che vengono a qualunque titolo impiegate per l’erogazione di prestazioni sanitarie”, di qui, l’impegno di Governo e Regioni a “migliorare la funzione di complementarietà dei fondi sanitari integrativi nello scenario sanitario nazionale, in una logica di integrazione rispetto alle prestazioni garantite dai LEA”. 

Dai LEA sono già escluse la maggior parte delle prestazioni odontoiatriche e non è un caso che abbiano la parte del leone nell’offerta dei fondi integrativi, che secondo gli ultimi dati certificati dal Ministero della Salute ne hanno erogate per oltre mezzo miliardo di euro nel 2016 . Se a questo si aggiungono il boom degli ultimi anni, trainato da contrattazione collettiva e welfare aziendale (come nel caso del fondo Mètasalute dei metalmeccanici), insieme alla querelle ancora aperta tra fondi e categoria professionale riguardo alle convenzioni, c’è da presumere che quel passaggio del Patto per la Salute sia interessante anche per i dentisti. Nella bozza si conviene che “i fondi sanitari integrativi, per la loro vocazione solidaristica d’inclusione sociale e di patto intergenerazionale, siano indirizzati, anche attraverso il ricorso alle agevolazioni fiscali, verso un ruolo di complementarietà dei LEA” e si auspica una revisione normativa per “ampliare l’ambito di copertura sanitaria della popolazione per le attività complementari al Ssn”. Mentre si invita a prestare attenzione che i fondi “non assumano carattere prevalentemente sostitutivo del finanziamento pubblico” e non autorizzino prestazioni inappropriate, si prevede che “possano utilizzare anche le stesse strutture pubbliche per rispondere ai bisogni di salute dei loro iscritti”. 

È presto per dire come tutto questo confluirà nella versione finale del Patto e quali saranno le effettive ricadute in ambito odontoiatrico, ma in quest’ottica ogni contrazione di risorse pubbliche e conseguente ridefinizione dei Lea non farà che dare più spazio a quella complementarietà. 

"Fino a qualche anno fa in Italia la sanità integrativa veniva vissuta come un privilegio di pochi, oggi è diventata un complemento del sistema sanitario, una rete di 550 strutture, 100 mila dipendenti non medici e 26 mila medici, che può contribuire a trovare un 'modello' che aiuti il Paese a dare una risposta ai bisogni dei cittadini", ha detto mercoledì scorso Barbara Cittadini, presidente nazionale dell'Associazione Italiana Ospedalità Privata, in un workshop dedicato al futuro della sanità integrativa organizzato da Aiop a Genova, suggerendo che, di fronte alle criticità del Ssn, serve la “riforma di un sistema che purtroppo non è uguale in tutte le Regioni”.

“La sanità integrativa può e deve essere un'opportunità per dare un contributo a un Paese che l'unica cosa che non deve fare è scegliere di non scegliere".

“La spesa pubblica pro capite dell'Italia in sanità nel 2017 è stata di 1.867 euro, contro i 3.600 della Germania, i 3.200 della Francia, i 2.600 della Gran Bretagna. Dobbiamo essere allarmati", ha ricordato nello stesso workshop il prof. Mario Del Vecchio, Direttore dell’Osservatorio sui Consumi Privati in Sanità della SDA Bocconi.
"L'Italia sta facendo una sorta di 'Brexit' della sanità, sta cercando di evitare il no deal facendo un ritiro ordinato di alcuni pezzi, potrebbe essere un'opportunità ma anche un rischio per la sanità integrativa, perché la difesa del sistema pubblico è una condizione indispensabile per la crescita del settore dei consumi privati”.

Secondo il docente, per non far arretrare la sanità pubblica bisognerebbe investirci un punto di Pil, cioè 18 miliardi di euro, ma “la probabilità che qualunque Governo, di destra, di sinistra o di centro, metta 10-15 miliardi nel servizio sanitario pubblico nei prossimi cinque anni è virtualmente pari a zero”.

Photo credit: Profilo Twitter Ministero della Salute

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