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17 Luglio 2019

Pubblicità e informazione in sanità, così viene regolamentata in Europa

M.Boc.

Sulla questione della pubblicità e dell’informazione sanitaria, sono molte gli Ordini e le Associazioni odontoiatriche europee ad interrogarsi sulle regole che si dovrebbero indicare ipotizzando a regole comuni in tutta la UE. Recentemente la CED ha approvato uno statement che indica i principi che dovrebbero essere rispettati auspicano che gli Stati membri, nel normare la materia vi si ispirino.

Ma oggi, di fatto, come funziona la regolamentazione dei messaggi pubblicitari nei vari Paesi europei, quali sono le eventuali differenze rispetto all’Italia?

Lo abbiamo chiesto a Marco Landi (nella foto), attuale presidente CED“Non esiste in Europa una legislazione nazionale sovrapponibile ad un’altra”, risponde Landi. Andando per macro-aree si possono dividere i Paesi in tre fasce: pubblicità “libera”, nessuna pubblicità consentita oppure “limitata” alle sole informazioni “non commerciali”, cioè senza tariffe e costi esplicitati (sotto i paesi di seconda e terza fascia, tutti gli altri non compresi, sono nella prima, anche se con differenze e limitazioni come nel caso della nuova legislazione italiana).

Presidente Landi ci propone questo schema: 

  • Nessuna pubblicità consentita: LussemburgoMaltaIslanda (solo informazioni via web)  
  • Solo informazioni “non commerciali”: Austria, Bulgaria, Francia, Grecia, Polonia, Romania, Slovenia, Ungheria.  

Presidente Landi che ricorda come alla base del documento CED sulla pubblicità ci sia la sentenza della Corte di Giustizia europea che ammette norme per regolamentare i messaggi, con distingui. Sentenza che riguardava un dentista belga (in Belgio non è consentito pubblicizzare prestazioni odontoiatriche) sanzionato per aver pubblicizzato lo studio con affissioni, inserzioni su quotidiani e attraverso internet. Anche se le inserzioni si limitavano ad indicare nome, qualifica e recapiti dello studio oltre alle tipologie di prestazioni erogate. 

"La sentenza è stata ampiamente discussa e studiata anche dai vari Ordini ed Associazioni professionali”, dice il presidente Landi che aggiunge. “Senza di essa non avremmo potuto neppure iniziare a lavorare sul documento che difende la parte debole, il paziente, nel suo diritto di essere informato ma anche di non essere indotto a sottoporsi a cure non appropriate e necessarie per l’effetto “promozionale” del messaggio pubblicitario”.

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