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11 Giugno 2020

La (pesante) giornata tipo di una igienista dentale seguendo le norme anti Covid

La dottoressa Viviana Cortesi Ardizzone, raccontandoci una sua giornata di lavoro, ci guida nelle procedure e strumenti da utilizzare nel post Covid-19


Ad un mese circa dalla ripresa delle attività degli studi odontoiatrici, abbiamo chiesto alla dott.ssa Viviana Cortesi Ardizzone di raccontarci le sue sensazioni del lavorare rispettando le procedure previste dall’emergenza Covid-19 durante una seduta di igiene dentale.

Un racconto che diventa anche un’utile guida alle varie procedure e protezioni da adottare, procedure che vengono approfondite nel libro, di cui la dott.ssa Ardizzone è la coautrice, dal titolo “Le infezioni nello studio odontoiatrico - manuale operativo di prevenzione del contagio per odontoiatri, igienisti e ASO”, info a questo link. 

Questo il suo racconto.  


Procedure di accoglienza

Certamente non è facile lavorare come ci viene imposto dalla prudenza e dalla volontà di arginare il contagio. Devo misurare la temperatura, fare le domande del triage, fare lavare o disinfettare le mani prima e dopo. Faccio indossare a tutti i miei pazienti un camice, una cuffia e i calzari prima di entrare nell’unità operativa. Non è obbligatorio, ma da quando ci hanno insegnato a starnutire nel gomito, non mi fa piacere stare a contatto con i loro abiti. E poi ritengo che, se proprio dobbiamo tener conto dell’aerosol e della sua lenta ricaduta, proteggiamo anche lui. 

I pazienti apprezzano e collaborano. Io ho dovuto riorganizzarmi i tempi per la vestizione e la svestizione, di fatto considerando le stesse ore del prima Covid, lavoro circa un 30 % in meno. 


DPI: quali uso e che fatica usarli 

I Dispositivi di protezione individuali li utilizzo sempre, tutto il giorno. Mi affaticano la FFP2 senza valvola e lo schermo facciale, perché  tolgono letteralmente l’aria. Entra poco ossigeno e ricicli la tua anidride carbonica. Arrivo a sera un po’ “bollita”. 
Mi chiedo se non mi rovino la salute? 
E Il cervello non ha forse bisogno di ossigeno? 
Chissà, potrei magari farmi esonerare dal medico competente per “difficoltà respiratorie”? 
Ma poi sarò sufficientemente protetta?
Meglio resistere.  

Normalmente, intanto che strumento non amo parlare col paziente perché mi deconcentra, ma prima e dopo lo spazio dedicato alla strumentazione dedico tempo alla comunicazione, alla informazione, all’istruzione e alla motivazione. Certamente, ora così “bardata” il fiato mi si fa un po’ corto. Tolgo lo schermo e già va meglio. Mi sorge il dubbio di essere cardiopatica, e non lo sapevo? con l’attività fisica che faccio! E se non lo sono potrei diventarlo? .

Lavorare così tutto il giorno è secondo me intossicante.  

Il dottore scherza e mi dice che probabilmente sono claustrofobica. No, non ossigeno, è diverso.
Fa presto lui a dirlo perché alterna pazienti con cui non produce aerosol e può tenersi la mascherina chirurgica. Ha l’assistente che gli fa il cambio paziente e può anche prendersi una boccata d’aria alla finestra. 

La FFP2, inoltre, quella “vera” allacciata dietro la nuca schiaccia molto sul viso e sul naso, come giusto che sia per la tenuta e come è ben spiegato nel nostro libro; a seconda del modello faccio fatica ad infilarla sotto gli occhiali  e me li schiaccia. Allora uso lo schermo, ma non va meglio: se porti occhiali da vista te li schiaccia contro il viso e non mi ci sta il caschetto ingranditore. 

Rinuncio all’ingrandimento che ho sempre ritenuto irrinunciabile. Inoltre temo che lo schermo facciale, mi stia cambiando la postura del collo, che ho curato maniacalmente in tanti anni di lavoro. Però lo schermo mi salva tutte le volte che inconsapevolmente porto le mani al viso per aggiustare gli occhiali o la mascherina: ci picchio contro, mi fermo.  E rifletto che è veramente un movimento quasi incontrollabile quello di portarsi le mani al viso e quindi, ben venga lo schermo a proteggerci anche da noi stessi. 

Il camice monouso in TNT, o in TTR?

La stesura definitiva delle indicazioni ministeriali ci hanno sollevato dalla diatriba: uso Dispositivi Medici in TNT nati per proteggere il paziente o DPI in TTR per proteggere l’operatore?
Ora sono autorizzati entrambi, purché idrorepellenti. Ho dovuto farmi inviare dal produttore la scheda tecnica per studiare i requisiti richiesti. In ogni caso, lì sotto fa molto caldo. 

Ci sono dei momenti che mi sento “cuocere”, e non è scalmana da menopausa. Otto ore, minimo, così e la sera sono un po’ stanchina e dire che mi han sempre definita una “cammellina”. 
Per i camici non è richiesta la sterilità, del resto abbiamo sempre lavorato con la consapevolezza di aver pazienti potenzialmente infetti da HBV, HCV, HIV, TBC, stafilococco e streptococchi e virus influenzali e, di conseguenza, l’obbligo di adottare precauzioni universali. Ma è pur vero che, se non dichiarati in anamnesi, abbiamo sempre lavorato col camice di cotone, lavato in lavatrice, mai sterilizzato e mai sostituito dopo ogni paziente come, invece, oggi ci è richiesto.   

La nostra è sempre stata una professione ad alto rischio (vedi e aggiorna il DVR dello studio) e sia il TNT che  il TTR sono in un tessuto non tessuto che, se sopporta i cicli in autoclave in cui comunque si bagna, si deduce che si posso anche lavare a mano o in lavatrice, magari con l’aggiunta di perborato.  

E’ facile verificare se restano idrorepellenti. Di necessità virtù, perché non si reperiscono in commercio e se li trovi il prezzo è inaccettabile. Quindi, per non rischiare di rimanerne senza, per ora io li lavo. Con grande rispetto anche dell’ambiente, che rischia di essere sepolto da questi materiali, se proviamo a pensare a quanti se ne consumano nel mondo ogni giorno. 

Un’ultima considerazione sul DPI: abbiamo lavorato tutti da 30 anni almeno a questa parte con le mascherine chirurgiche che oggi scopriamo, basiti e increduli, che proteggono solo chi ci sta di fronte, non noi che le indossiamo. Hanno un BFE (Bacterial Filtrato Efficacy) fino a 3, e qualcuno anche fino a 1 micron. Perché non dovrebbero proteggere chi le indossa? Non ci siamo mai contagiati. Forse curavamo solo pazienti sani? Non credo. Sul loro utilizzo , ci confortano le specifiche delle Indicazioni Ministeriali.


Aerosol 

Utilizzo gli ultrasuoni, comunque e sempre se ce n’è bisogno; perché per quanto riguarda me, sono ben protetta dai DPI. Per quanto riguarda l’area operativa e l’inquinamento da aerosol, a cui dedico un capitolo nel volume, da sempre utilizzo l’aspirazione a doppia velocità proprio per un migliore comfort del paziente, evitando di bagnargli il viso con la nebulizzazione.

Non ho timore, il ricorso alla doppia aspirazione riduce la produzione di aerosol del 95%.

Per il rimanente 5% tengo le finestre aperte. Perché dovrei strumentare a mano? Basta essere ligi agli insegnamenti e applicarli. Lo tengo veramente d’occhio e mi son fatta filmare, utilizzando la cannula che ha incorporato lo specchietto. L’aerosol viene letteralmente e quasi totalmente risucchiato, non c’è una gocciolina sulle labbra del paziente, nè sul naso o sulle guance. Se lo manovri bene e lo guidi a seguire lo spray nulla si disperde. 

Guardate voi stessi questo breve filmato. 


Quello che indubbiamente produce, invece, molti più splatter, schizzi e bollicine, è lo spray della siringa aria e acqua, perché prende tutte le direzioni di rimbalzo, dopo che picchia sul dente o sulla gengiva e non riesco ad aspirarlo completamente con l’AVA. Pertanto cerco di non utilizzarla. Per rimuovere sangue e tartaro creati dalla strumentazione manuale, preferisco rientrare negli spazi interprossimali con la strumentazione ultrasonica e risciacquo con questa.   


Disinfezione area clinica 

Rimuovo le barriere a fine seduta e decontamino come ho sempre fatto, niente di nuovo. Nel libro nei capitoli della disinfezione e sterilizzazione diamo qualche consiglio anche sui prodotti utilizzati. Gli strumenti seguono la flow chart indicata da anni: raccolta; decontaminazione; detersione; risciacquo; asciugatura; confezionamento; sterilizzazione. 

Anche qui, niente di nuovo.

Il coronavirus non necessita di un trattamento sofisticato: basta un detergente a disgregarne la membrana lipidica. Preferisco non utilizzare l’alcool etilico perché evapora troppo in fretta e rovina pelli, sky e plastiche. Utilizzo i soliti disinfettanti di superficie attivi anche sui virus capsulati. Alcool etilico tutto il giorno? Già esco bollita la sera per ipossia, mi manca pure l’ebrezza da alcool, preferisco evitare.  

Nel libro ci sono tutti i percorsi e gli insegnamenti necessari e non solo per prevenire il contagio da Covid. A seguire le indicazioni ministeriali mi sento come in castigo, in punizione. Ma “dura lex, sed lex”, non si scherza con la sicurezza.

Quindi brontolo ma rispetto le regole anche se le metto un po’ in discussione, sperando che chi ne sa più di me, mi venga in soccorso togliendomi dubbi e lamentele.  


Comunicazione difficile 

Aldilà di ogni considerazione semiseria o seria, una cosa è certa: questi DPI bloccano la comunicazione, creano una barriera tra noi e il paziente che fatica anche a sentire quello che diciamo. Tra noi colleghi poi in studio se parli normale non ti sentono, se alzi la voce per farti capire ti chiedono perché urli. Ho imparato a parlare sempre meno per non andare in dispnea da ipossia o ipercapnia. 

Gli occhi possono sorridere, è vero, ma la bocca mascherata, rende difficile lo scambio di emozioni, non solo di messaggi. E’ la bocca il veicolo dominante del sorriso e della comunicazione. 

Ogni giorno che passa sono felice di aver ricominciato a lavorare e imparo ad adattarmi ai nuovi comportamenti, a prendermi le misure meglio, risparmio movimenti e energie ora che comincia a far caldo, preferisco la finestra aperta all’aria condizionata (a questo link un approfondimento sul tema) e accetto con rassegnazione nella speranza che tutti questi sacrifici pratici ed economici ottengano il risultato prefisso: la riduzione del contagio, ma soprattutto nella speranza che presto ci tolgano questa emergenza, perché il virus sarà sconfitto e si possa tornare a lavorare a viso aperto .  

Ridatemi la mia leggerezza. 

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