Un dentista italiano in Etiopia, la straordinaria esperienza di Renato Gullà

| 21 Dicembre 2016 |

Un dentista italiano in Etiopia, la straordinaria esperienza di Renato Gullà


Cosa spinge un odontoiatra affermato ad affrontare l'avventura di trasferirsi in Africa per continuare a esercitare la propria attività professionale in un contesto in gran parte ignoto e certamente più difficile? Lo abbiamo chiesto a chi l'ha fatto davvero: Renato Gullà (nella foto), fino a pochissimi anni fa endodontista nel centro di Roma e oggi in Etiopia, con un ruolo di dentista e insegnante che è prezioso per aiutare nella crescita professionale un Paese molto più grande dell'Italia, abitato da oltre 90 milioni di persone. All'ultimo closed meeting della Società italiana di endodozia (Sie), Gullà ha fatto una fatto una presentazione di questa sua avventura concludendo con un appello ai soci attivi, "e - dichiara - sono rimasto felicemente sorpreso perché ho avuto molti riscontri positivi da vari amici che si sono proposti e che mi stanno dando una mano in materiale, prodotti e quant'altro, e questo non mi fa sentire più solo né lontano malgrado i circa sei mila chilometri che ci separano".

Dottor Gullà, in che momento della sua vita e carriera professionale ha deciso di lasciare l'Italia per lavorare in Africa?

Il mio studio, al centro di Roma, era molto rinomato, io sono socio attivo della Società italiana di endodonzia e primo iscritto all'albo degli odontoiatri di Roma.
Probabilmente però, dopo anni di routine, ho cominciato ad accusare la monotonia del mio lavoro. Nel nostro campo troviamo casi sempre diversi e dobbiamo ogni volta adattarci alle nuove situazioni per curare i nostri pazienti, ma dopo 35 anni di attività, sentivo che mancava qualcosa.
Un paio di anni fa visitai l'università di Addis Abeba e i loro funzionari. Intrapresa una discussione sull'odontoiatria, rimasi sorpreso dalla poca conoscenza e dalla mancanza di strutture. Un po' per scherzo mi proposi di aiutarli e, visto il loro entusiasmo, ha cominciato a concretizzarsi dentro di me l'idea di questo possibile cambiamento. Dopo un anno dalla mia visita, e dopo diverse email scambiate con il rettore dell'università, ho cominciato a pianificare il tutto.

Quali motivazioni l'hanno spinta?

Potrei elencarne tre fondamentali. La prima è di carattere strettamente personale: la mia famiglia, i miei figli e nipotini si trovano in Etiopia; non è mai bello vivere lontano dai propri cari, e sicuramente anche questo ha giocato un ruolo importante in fase di bilanci. In secondo luogo c'è stata una ragione professionale: la voglia di rimettermi in gioco, il desiderio di cambiare, la continua ricerca del meglio. Lasciare il certo per l'incerto fa venire i brividi ma può portare una svolta impensata alla nostra vita. E così è stato. Infine c'è stata una questione di personale gratificazione: per quanto, innegabilmente, ci sia un introito di tutto rispetto con il nostro lavoro in Italia, mi piace chiarire che da sempre ho studiato e praticato questa funzione per puro amore, forse anche grazie al mio mentore, il dottor Francesco Riitano, che è riuscito dopo i miei studi a inserirmi in un contesto di innovazione, di ricerca e sviluppo. Il motto era "fare sempre meglio" e salvare i pazienti da situazioni altresì catastrofiche. La mia posizione in Etiopia, mi permette di fare questo e anche di più, considerando che oltre alle cure che svolgo ho anche una cattedra in due università.

Ci racconti come è andata. Quali difficoltà ha incontrato?

Dunque, appena dopo il trasferimento ammetto di essermi spaventato. Vedere la situazione da dentro fa sempre un effetto diverso da come la si poteva immaginare. Ho cominciato aprendo uno studio per svolgere la mia attività e iniziare ad inserirmi in questa nuova realtà. Č stato un grattacapo dover rivedere il mio modus operandi a causa dell'assenza di prodotti e farmaci.
Nel frattempo, continuavo ad avere riunioni con l'università di Addis Abeba poiché le condizioni e le strutture mancavano di un'impostazione tale da permettere a chiunque di insegnare l'odontoiatria e più nello specifico l'endodonzia.
Ho poi avuto diversi contatti con l'università di Mekelle, a circa 900 Km da Addis Abeba, con la quale oggi svolgo la mia attività di insegnante onorario: anche lì, disorganizzazione e confusione totale per il nostro settore. Tutto questo stava portando alcuni ripensamenti. Il punto chiave però è che questo Paese, seppure manchi di organizzazione e strutture, abbonda di giovani volenterosi. Ho quindi preso la cosa come una sfida personale. C'è tantissimo da fare, e ci sono tantissime difficoltà. Ma una volta creata una crepa nel muro sono convinto di riuscire nel mio piccolo a portare qualche cambiamento.

In cosa consiste oggi la sua attività?

Come anticipato, ho aperto da subito uno studio di odontoiatria conservativa. Qui le soddisfazioni sono veramente tante: sempre più pazienti chiedono di essere curati da me, che mi trovo ad "aggiustare" disastri creati da colleghi locali. Le varie ambasciate e Ong, cosi anche come Onu e African Union, mi hanno scelto come dentista. Con queste premesse è facile intuire che le gratificazioni non mancano.
Onestamente parlando, però, la cosa che più mi appaga in questo contesto è il mio ruolo di insegnante. Stare con i giovani, scoprirli cosi affamati di conoscenza, vedere la loro voglia di fare, di imparare, di apportare un cambiamento, mi stimola e mi fa credere che è possibile migliorare il Paese. Per quanto potrò ritengo indispensabile fare la mia parte.

Qual è la situazione odontoiatrica in Africa e, in particolare in Etiopia? Quali sono le necessità principali dei pazienti?

Non conosco bene la situazione odontoiatrica nel resto dell'Africa, ma posso dire che in Etiopia siamo molto indietro.
Innanzitutto in termini di tecnologia: probabilmente il mio studio è l'unico a offrire un RVG, un microscopio, un sistema d'ingrandimento e prodotti di ultima generazione. E poi in termini di prodotti: per esempio, qui utilizzano ancora molti prodotti come l'endometazone o l'N2, che in Italia abbiamo smesso di usare 15 anni fa, oppure l'amalgama che, se anche utilizzabile in alcuni rari casi, non è più la prima scelta ormai da diversi anni. Anche a livello di insegnamento non siamo al passo coi tempi e vengono ancora divulgate tecniche superate.
Per ciò che riguarda i pazienti, per cominciare bisogna sensibilizzarli ed educarli all'igiene orale; bisogna anche insegnar loro in cosa consiste la cura vera e propria di un dente, perché in questo clima di ignoranza, purtroppo per i motivi che ho spiegato finora, la soluzione più gettonata è ancora l'estrazione del dente.

Perché le cose cambino, di cosa ci sarebbe bisogno?

Tanta pazienza. Tanto tempo. Tanto lavoro. Per cambiare le cose bisogna iniziare. Io da parte mia ho cominciato con i giovani studenti dell'università: il futuro sono loro e una giusta impostazione oggi può portare grandi cambiamenti domani.
Inoltre, ho molti amici/colleghi in Italia che si sono molto interessati ai vari progetti in atto; alcuni hanno visitato il Paese con me e hanno tenuto congressi. Sono rimasto senza parole per la voglia di partecipare a questa causa.

Quale bilancio può trarre dalla sua esperienza?

In poche parole posso scherzosamente dire di aver trovato la macchina del tempo e di essere tornato indietro di 35 anni, quando all'inizio della mia attività l'entusiasmo era alle stelle e l'energia sembrava inesauribile! La sensazione di appagamento che ti può dare un servizio il cui ultimo fine è esclusivamente l'aiuto del prossimo è straordinaria. L'importanza del proprio ruolo nel sociale diventa come un importante ingranaggio di una macchina complessa.

Quali consigli può dare a un giovane odontoiatra che voglia lanciarsi in una simile avventura?

Č prima necessario che capisca bene che cosa stia cercando. La filosofia dietro a questo tipo di cambiamento deve essere più importante e motivante di ogni bene materiale. L'idea di partenza dovrebbe essere più incline al volontariato che non al lucro. Comunque, essendoci tantissimo da fare, il lato economico non darà pensieri.

Adelmo Calatroni



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