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21 Giugno 2010

E se la crisi li unisse

di Norberto Maccagno


In questi mesi siete stati sommersi di ricerche che hanno fotografato da ogni punto di vista l’odontoiatria italiana. Da quello del laboratorio odontotecnico, dello studio dentistico, del deposito dentale, del bisogno di salute orale dei cittadini italiani ed europei, del mercato.
Vediamo di fare un bignamino cercando di comporre un’unica fotografia anche se a volte non tutti questi dati concordano in modo “perfetto”.
Partiamo dal paziente.
Il Rapporto Osservasalute 2009 che ha fotografato anche la salute orale degli italiani, indica nel 39,7% la percentuale di italiani che si sono rivolti almeno una volta al dentista (sia pubblico sia privato) nel 2009.
Le defezioni, coloro che non vi hanno fato ricorso, sono da ricercare prevalentemente tra gli anziani e le persone con basso titolo di studio; considerando il territorio, è il Sud Italia la zona dove si ricorre meno all’odontoiatra.
E il non andare dal dentista incide, ovviamente, sulla qualità della salute del cittadino: più carente nelle fasce di popolazione socialmente deboli e nel Meridione.
Grazie ai dati del rapporto Eurobarometer 2010 abbiamo scoperto che i problemi italiani sono assimilabili a quelli dell’Europa intera.
Il 57% degli europei è andato dal dentista almeno una volta nel 2009. I nostri concittadini lo hanno fatto come i cugini francesi, più degli spagnoli, ma meno dei tedeschi.
Tra i fattori che frenano gli europei a rivolgersi al dentista, principalmente il fatto di essere convinti che la loro salute orale sia buona e di conseguenza di ritenere di non averne bisogno.
Sul fronte della salute orale la ricerca ha rilevato che questa non è poi male: il 41% degli europei ha ancora tutti i propri denti naturali, il 32% ha almeno 20 elementi, il 12% da 10 a 19 elementi, il 6% da 1 a 9 elementi, mentre solo il 7% degli europei è edentulo.
Per quanto riguarda l’accesso alle cure in tutta Europa sono prevalentemente i liberi professionisti a occuparsi della salute orale dei cittadini. Il 79% degli europei si è infatti rivolto a dentisti privati, mentre il 14% a una struttura pubblica.
Situazione simile, sia dal punto di vista degli accessi sia da quello della qualità della salute, a tutti i Paesi del mondo, come ci ha confermato il rapporto Ocse 2009.
Prendendo in considerazione le forme di finanziamento dell’odontoiatria, sempre l’Ocse ci informa che queste avvengono, con modalità diverse, in una sorta di mix tra pubblico e privato.
Il finanziamento pubblico è legato a quanto i governi centrali o locali impiegano direttamente per il servizio sanitario pubblico (come avviene in Spagna o in Norvegia) o attraverso assicurazioni sociali (come in Francia o in Germania). Il finanziamento privato (i terzi paganti) copre i pagamenti diretti da parte dei cittadini attraverso varie forme di assicurazione sanitaria privata. L’assicurazione privata vale, in media nei paesi Ocse, circa il 5-6% del totale della spesa sanitaria; l’Italia è tra le nazioni dove questa forma di finanziamento è quasi inesistente.
Anche sul fronte dell’organizzazione dell’assistenza “tutto il mondo è paese”.
La maggioranza dei dentisti lavora nel proprio studio o in una clinica odontoiatrica; solo una piccola quota lavora nelle strutture ospedaliere.
Nella maggior parte dei Paesi esercitano tra i 50 e gli 80 dentisti ogni 100 mila abitanti: la Grecia (127) ha il maggior numero di dentisti pro-capite ogni 100 mila persone, seguita dall’Islanda (94), dalla Norvegia (87), dalla Svezia (83), dal Belgio (81) e dal Lussemburgo (80). L’Italia si attesta poco sotto la media dei Paesi Ocse con 55 dentisti ogni 100 mila abitanti.
Nella nostra nazione, secondo l’elaborazione degli studi di settore, i dentisti operano in più studi: il 68,5% anche in un secondo studio, il 18,6% in due e il 12,9% in più di due studi. Mediamente lavorano in uno studio di 90-100 metri quadrati, utilizzando 2 riuniti. Sul fronte ricavi il 92% deriva da prestazioni erogate ai cittadini privatamente, il restante da convenzionamento. I dentisti italiani lavorano 42-44 settimane all’anno, per 5 giorni alla settimana e per 8 ore di lavoro al giorno. Il 73-75% del tempo è dedicato al lavoro alla poltrona sul paziente, il 15,1% all’attività di gestione, l’11,5% a quella di formazione professionale.
Ora torniamo ai dati sulla crisi del settore odontoiatrico. Stando agli studi che hanno cercato di quantificarla, possiamo indicare che essa si attesta introno al -7% per gli studi odontoiatrici, al -15% per i laboratori odontotecnici, e al -5% per i depositi dentali.
Ma uscendo dalle medie emerge che, in tutti questi settori del dentale, a patire di più sono i piccoli, mentre le strutture più organizzate hanno retto se non incrementato la propria clientela. In particolare, stando alla ricerca che pubblichiamo su questo numero elaborata dalla Key-Stone, è proprio il modello tipico dello studio odontoiatrico italiano, quello monoprofessionale gestito da un dentista over 50, ad aver sofferto più di altri la crisi.
A fronte di tutti questi dati che indubbiamente inquadrano il problema e danno ottimi strumenti di analisi, mancano le proposte di chi governa la professione. Abbiamo appreso più di cose che non si devono che di modelli di interventi da applicare al settore.
Mancano proposte che indichino come si possa cercare di invertire questa tendenza - quindi di portare pazienti in studio - puntando a governare il cambiamento, sfruttando gli eventuali vantaggi che arrivano, per esempio, dai fondi.Proposte che non dovrebbero partire da singole componenti del settore ma seguire un progetto a lungo termine condiviso da tutte le componenti del dentale. Certamente i fallimenti dei vari tavoli nati e chiusi in questi decenni inducono a desistere ancora prima di partire. Ma sarà questa la soluzione giusta o la crisi potrebbe contribuire a mettere da parte gli interessi settoriali puntando a pensare, uniti, in grande?

GdO 2010;9

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