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28 Giugno 2010

Quando la cura diventa “speciale”

di Norberto Maccagno


Se le cure odontoiatriche sono precluse a molti cittadini, per vari motivi tra cui le carenze dell’offerta pubblica, per i pazienti “speciali” - quelli con disabilità o con problemi di varia natura - farsi assistere diventa quasi impossibile, e non tanto per questioni economiche.
Barriere architettoniche, velati pregiudizi, impreparazione professionale e pochissime strutture pubbliche in grado di offrire una assistenza qualificata sono i principali scogli che questi pazienti e i loro famigliari devono superare per ottenere anche solo una semplice seduta di igiene dentale.
La Società italiana di Odontostomatologia per l'handicap (Sioh) ha come obiettivo quello di superare le tante barriere, culturali e fisiche, che i pazienti “speciali”si trovano di fronte ogni volta che cercano un dentista, privato o pubblico che sia.
Roberto Rozza ne è l’attuale presidente (sarà in carica fino al 2012) e con lui abbiamo cercato di capire un mondo non certo conosciuto ma che, come ci racconta, può diventare anche una opportunità di lavoro, a patto che sia la passione a guidare il professionista.
Dottor Rozza, ci aiuti a capire: chi è il paziente speciale?
È un paziente difficile da trattare, ma non per colpa sua. Possiamo definire con questo termine quei pazienti che, per problemi fisici e intellettivi, volendo generalizzare, necessitano di modalità di approccio particolari, adatte alla loro situazione; un approccio che deve prevedere modelli comportamentali con un livello di sofisticazione crescente.
Perché ha deciso di occuparsi di questi pazienti?
La scelta di occuparmi di “special care” nasce, credo, da una mia spinta a curare chi ha più bisogno di altri. Certamente l’incontro con il professor Roberto Weinstein, past president Sioh, e con la professoressa Laura Strohmenger hanno avuto un peso.
Con la professoressa, diversi anni fa, abbiamo deciso di dedicare alcuni “spazi” della clinica Clinica odontoiatrica dell’Ospedale San Paolo di Milano esclusivamente alla cura dei pazienti “speciali”, aderendo a un progetto della nostra azienda orientato alla cura e alla pianificazione di un percorso ospedaliero per la cura di pazienti disabili. Così nel 2001 nasceva il Progetto Dama (Disabile Advanced Medical Assistance) con l’obiettivo di creare un team di specialisti a disposizione di quella fascia di popolazione che si differenzia dalla normale routine di patologie che potevano afferire presso una grande azienda ospedaliera universitaria.
Potermi dedicare a questo progetto ha cementato le mie convinzioni: finalmente spazi professionali e umani che si rivolgessero a questa particolare schiera di pazienti. Mi sembrava di riuscire a dare una risposta al difficile conflitto delle scienze biomediche, spesso divise tra le crescenti possibilità scientifico-tecnologiche e i problemi di ordine etico-deontologico che possono dervare dalla loro applicazione.
Da più parti si chiede alla medicina di rimanere fedele a fondamentali principi come l’essere la più scientifica e la più umana delle scienze e quindi di non ignorare altri aspetti determinanti, quali l’umanizzazione della professione e la centralità dell’individuo.
Mi sembra che qui al San Paolo abbiamo raggiunto un giusto equilibrio. oltre a creare un modello didattico assistenziale che riesce a tenere in considerazione i cambiamenti socio sanitari che si sono presentati negli ultimi trent’anni. Come ci ricorda l’atto di costituzione dell’Oms, la salute è un bene da conquistare, sviluppare e anche ricostruire senza sosta. E questo è un concetto molto importante perché la ricerca della salute è possibile anche dove il perfetto benessere non c’è più, come nella vita di una persona con disabilità.
Torniamo ai pazienti speciali. Quali sono le principali problematiche che un dentista incontra nel curali?Se il paziente collabora, sostanzialmente non ci sono grosse problematiche, se non legati al tipo di disabilità. Le difficoltà, come è ovvio, si incontrano quando il paziente offre scarsa collaborazione. In questo caso la differenza viene garantita dal tipo di approccio utilizzato, per conquistare la fiducia.
L’obiettivo principale è quello di cercare di curare il paziente in una struttura ambulatoriale, alla poltrona, evitando il più possibile la narcosi, che comunque, in alcuni casi, diventa uno strumento necessario.
Non mi pare siano molte le strutture in Italia in grado di curare questi pazienti.
Effettivamente non sono molte, ma questa situazione è aggravata anche dall’assenza di dati epidemiologici validi per poter stabilire con chiarezza la necessità di cure odontoiatriche che questa popolazione di pazienti necessita. Questo è uno dei progetti che come presidente Sioh intendo sviluppare in questi anni di mandato.
C’è anche un problema di formazione? L’università prepara i futuri odontoiatri a trattare questi pazienti oppure ci si deve arrangiare con corsi e master ad hoc?
In questi ultimi anni l’università ha trattato la tematica della disabilità con molta serietà. Nonostante non mi ritenga anziano, devo dire che quando ho frequentato io il corso di laurea questo tema era completamente taciuto. Ho molta fiducia per il futuro e la Sioh si sta prodigando per diffondere la “cultura” sull’approccio e sulle necessità di cura dei pazienti speciali.
Una preparazione specifica che deve coinvolgere tutto il team odontoiatrico?
Come in tutte le specialità odontoiatriche il team di uno studio odontoiatrico deve essere sempre all’altezza della situazione. Anche nella cura dei disabili. Gli strumenti conoscitivi di approccio psicologico e le necessità cliniche devono essere assorbiti da tutto il personale che prende in carico il paziente. E mi riferisco non solo agli attori principali (odontoiatra o igienista), ma a tutto il personale, segreteria compresa.
Il dentista libero professionista può occuparsi di questi pazienti oppure deve limitarsi a indirizzarli alle strutture attrezzate?
Il libero professionista deve avere gli strumenti intellettuali per poter curare questi pazienti. Strumenti che devono essere acquisiti durante il percorso universitario e successivamente attraverso corsi specialistici. Una volta fatte proprie le conoscenze necessarie, come avviene per tutte le altre discipline odontoiatriche, il dentista è in grado di curare anche questi pazienti. Un paziente disabile deve avere il diritto di rivolgersi al professionista e il professionista deve curarlo al meglio delle sue possibilità. Con queste premesse il limite per un libero professionista è solamente legato alle cure in regime di narcosi o sedazione.
I familiari di questi pazienti preferiscono la struttura pubblica, quella più organizzata, oppure pensa che specializzarsi nell’assistenza di questi pazienti possa essere un modo per ampliare la propria clientela?
La struttura pubblica è sicuramente preferita dai famigliari perché spesso trovano una risposta strutturata alle loro esigenze, oltre a ricevere le terapie a costo zero per l’intervento del Ssn.
Spesso, però, ci capita di curare pazienti disabili collaborativi, che ci sono stati inviati dal libero professionista solo perché non sapeva che cosa fare.
In tempi di crisi, per la libera professione avere le conoscenze adeguate per la cura di questi pazienti potrebbe essere sicuramente uno strumento per poter aprire nuove possibilità al proprio studio.
Bisogna però sottolineare che le famiglie di questi pazienti sono già caricate da una serie di oneri per cure, carrozzine, trasporti con ambulanze private, e così via, e la ricerca di qualche ammortizzatore sociale diventa spesso una necessità. Inoltre, la disabilità molto spesso si accompagna a un disagio socio economico importante, come abbiamo potuto, purtroppo, constatare in questi anni.
Quali indicazioni può dare ai suoi colleghi che vogliono strutturarsi per accogliere pazienti speciali? Ci sono delle norme particolari da rispettare?
In realtà non esistono delle problematiche “strutturali” differenti da quelle che sono le normali richieste legislative. In questi anni, molti di noi hanno dovuto “adeguare” per legge i propri studi per accogliere pazienti disabili, indipendentemente dal fatto che l’odontoiatra fosse o meno specializzato nella cura di questi pazienti.
Un accesso adeguato, un ambiente sereno e accogliente e personale qualificato sono gli strumenti necessari a qualsiasi professionista per poter affrontare con serenità questa stupenda avventura umana.
La vostra associazione lavora anche per supportare e informare i famigliari. Come vi muovete e quali servizi offrite?
Il supporto ai famigliari è fondamentale per la nostra associazione. Stiamo realizzando un opuscolo per la prevenzione delle malattie del cavo orale che sostituirà alcune nostre iniziative già attivate, in modo da poter avere un unico strumento informativo da diffondere sul territorio. Sul nostro sito (www.sioh.it) è possibile trovare i centri pubblici per la cura dei pazienti con disabilità. Stiamo valutando anche dei parametri per poter inserire anche figure libero professionali idonee, i cui requisiti di professionalità, etica e rigore dovranno essere avvalorati dalla nostra associazione. È un lavoro delicato che affronteremo con entusiasmo.
Sempre sul sito è possibile informarsi sugli eventi scientifici che la nostra società sta attuando in questo periodo in tutta Italia, per poter diffondere la conoscenza di queste tematiche. Iniziative che culmineranno nel 2011 in Calabria, quando si celebrerà il nostro congresso nazionale.

GdO 2010;11

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