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28 Novembre 2010

La riforma degli ordini: quale futuro per i dentisti

di Norberto Maccagno


Il presidente della Fnomceo, Amedeo Bianco, è tra coloro che sono riusciti a convincere il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a far scorporare la riforma dell’Ordine da quella delle professioni sanitarie riconosciute. “Il Ministro” dice Bianco “ci convocò per capire la nostra posizione: abbiamo cercato di spiegargli che era difficile pensare a una riforma seguendo una sola linea, senza tenere conto delle singole realtà”.
Ora che il Ddl è stato presentato dal Governo, il presidente Bianco è soddisfatto, anche se, durante l’intervista, partita dall’istituzione, cento anni fa, degli Ordini, per arrivare alla possibile scissione tra medici e dentisti, ha ricordato più volte che è un provvedimento che ha appena iniziato il suo cammino parlamentare e che, aggiungiamo noi, non è detto che lo termini, visti i problemi del Governo.
Presidente Bianco, che cosa ritiene di dover ricordare di questi cento anni dell’Ordine?
Innanzitutto il ruolo assunto: ovvero dare un governo alle professioni sanitarie. Tali istituti nacquero proprio con questo intento: mettere ordine svolgendo, nei confronti dei cittadini, quella funzione di garanzia della preparazione e del rispetto del codice deontologico da parte degli iscritti. Per permettere questo, da subito, agli Ordini furono attribuiti poteri disciplinari per vigilare sugli iscritti.
E che cosa, oggi, deve essere rivisto?
Con il passare del tempo e l’evolversi della professione, ma anche della società, le funzioni si sono arricchite. Ma oggi il contenitore legislativo che regola il nostro Ordine è oggettivamente inadeguato all’esercizio professionale: sono profondamente cambiati i contenuti della professione stessa, sono cambiate le competenze e le conoscenze richieste. Garantire la qualità nei termini di formazione di base non basta più. Oggi, al medico, è richiesta una long life education, ovvero il continuo aggiornamento delle competenze in linea con l’evoluzione della scienza, della tecnica e questo, non a caso, è un patrimonio fondamentale, ancor prima che la legge e la deontologia lo imponga.
Oggi il problema riguarda l’agilità dell’Ordine all’interno di uno scenario mutato rispetto al passato, la capacità di muoversi sui temi delle competenze, della conoscenza, del conflitto d’interesse. Quale è per noi la garanzia che il sapere scientifico fornito dalla ricerca e sollecitato dall’industria privata ci fornisca informazioni sganciate da interessi commerciali? Un nuovo compito dell’Ordine dovrà anche essere quello di garantire la trasparenza delle fonti, la purezza della conoscenza.
E il rapporto con i sindacati? Spesso l’Ordine viene accusato di fare più gli interessi dell’iscritto che del cittadino.
Io credo che il sindacalismo sia anche un pezzo di storia della professione. È noto che alcuni degli attuali sindacati medici siano nati all’interno dell’Ordine; fino a qualche decennio fa era questo istituto a controfirmare gli accordi convenzionali. Per molte aree della medicina, l’Ordine era l’unico riferimento dell’iscritto, il punto di raccordo, d’unione, dove poter sviluppare il senso di associazionismo. Il sindacalismo è una parte della storia del nostro Ordine, ma da tempo questo legame si è piano piano allentato. E questo è vero nella misura in cui gli Ordini hanno sempre più e sempre meglio valorizzato funzioni e attività autonome rispetto a quelle sindacali.
Oggi gli Ordini si confrontano con le organizzazioni sindacali e il rapporto è costruito sotto un profilo diverso, che nasce dalla reciproca consapevolezza che entrambi occupano e sviluppano funzioni diverse. E questo anche se cresce l’esigenza, finalmente, di capire che in questo disegno, ancorché autonomo, distinto e diverso, Ordine e sindacato devono sempre più collaborare, perché è evidente che certi obiettivi, per esempio la tutela della professione nella moderna organizzazione del lavoro, non possono prescindere da una collaborazione.
Negli ultimi anni abbiamo cercato di favorire queste sinergie, pur rimarcando le differenze. Bisogna trovarne altre, perché, per risolvere i problemi della professione, c’è bisogno del lavoro di tutti.
La legge delega presentata dal Governo soddisfa questa esigenza?
Il Ddl accoglie praticamente tutte le richieste che abbiamo avanzato rispetto a una riforma dei nostri Ordini. Mi pare che guardi a un istituto moderno, come un corpo professionale che deve promuovere e vigilare la qualità dei professionisti e dei servizi offerti.
Grande attenzione alla formazione, quindi, soprattutto quella long life, ma anche di base e specialistica. Una riforma che guarda alla funzione di rappresentanza verso le istituzioni come importante interlocutore per quanto riguarda i cambiamenti della sanità.
Significativo il passaggio in cui si indica l’Ordine come organismo sussidiario nelle funzioni di garanzia dello Stato e non ausiliario dello Stato. Ausiliario è colui al quale viene demandato qualche cosa; sussidiario è colui che svolge un compito perché solo lui può farlo.
Altro passaggio interessante è la possibilità di modificare i regolamenti elettivi, i meccanismi e le procedure disciplinari, separando la funzione inquirente da quella giudicante.
Una soluzione che salvaguarda la capacità istruttoria, a garanzia che nessun provvedimento possa essere oggetto di comportamenti opportunistici da parte di un organo che, in quanto eletto, può essere condizionato dal consenso. Dall’altra parte, contare su di un organismo giudicante diverso da quello istruttorio è garanzia che i giudizi restino in capo alle commissioni elette dalle professioni, mantenendo quel rapporto diretto tra coloro che definiscono le regole e coloro che le devono rispettare.
E poi c’è la separazione degli odontoiatri dai medici.
Sì, certo, ma questa non è una vera novità. Sappiamo che la legge 409 aveva già indicato con chiarezza che medici e dentisti sono due professioni diverse, come viene riconosciuto in tutta Europa. La sua applicazione, tardiva, ha fatto sì che, a differenza di quanto avvenuto in Europa, l’Italia fosse il Paese nel quale esercitano la professione odontoiatrica più i laureati in medicina che in odontoiatria.
In questi anni si è più volte affrontato il tema dell’autonomia odontoiatrica: come si deve esprimere, attuare?
È certamente una questione delicata. Come presidente Omceo (di Torino, ndr) e della Federazione degli Ordini, penso che questa autonomia debba dispiegarsi nel modo più compiuto possibile. Io stesso, pur essendo il presidente di tutti, provo in alcune occasioni il disagio di dover rappresentare gli odontoiatri che hanno comunque un loro referente all’interno della Federazione. Indubbiamente non è possibile per un unico soggetto avere due presidenti, due segretari, due tesorieri.
Detto questo, bisogna capire quali siano gli strumenti e le procedure che possano garantire questa autonomia, fermo restando l’integrità dell’istituzione. Bisogna capire, cioè, quali siano le strade per portare a compimento il progetto senza danneggiare l’integrità funzionale e politica dell’ente.
Però, non bisogna prendere decisioni affrettate: dobbiamo ipotizzare, vagliare, sperimentare, immaginare tutte le condizioni, le procedure che consentano ai colleghi odontoiatri di ottenere la propria autonomia, magari in una forma meno drastica di quella che prevederebbe l’istituzione di un nuovo Ordine.
Però il Ddl indica la strada dell’Ordine separato.
Mi sembra, invece, che il provvedimento legislativo lasci agli odontoiatri la facoltà di scegliere le opzioni che preferiscono. E credo che questo sia un’ottima cosa, piuttosto che blindare una scelta.
Un’ipotetica separazione tra medici e dentisti non penalizza tutte e due le professioni in tema di rappresentatività politica?
Non ne sono convinto. Tutti i grandi cambiamenti si caratterizzano per un mix di rischio e opportunità. Il rischio è che una separazione tra componente odontoiatrica e medica si traduca per alcuni ordini provinciali in un deficit di risorse. Abbiamo 106 Omceo, di cui circa 25-30 sono sotto i 1500 iscritti; questi potrebbero fare fatica a reggere le spese, anche perché non è pensabile pretendere delle quote sostanziose. Non vedo invece un rischio di minore rappresentatività politica.
Gli odontoiatri sono 57 mila, il quarto ordine sanitario per numero di iscritti; quanto ai medici, manterrebbero il numero odierno di iscritti visto che il dentista laureato in medicina potrà comunque iscriversi all’Ordine dei medici.
Ma al di là del mi conviene o non mi conviene, penso che non si debba assumere decisioni affrettate.
Credo che quanto indicato dal Ddl sia un orientamento condiviso, che dà la possibilità di ragionare in maniera concreta e serena.
L’altra cosa che deve costituire oggetto di riflessione da parte di tutti è che l’Ordine moderno che stiamo cercando di disegnare è per definizione il simbolo, il soggetto rappresentativo di una determinata professione e ne dovrà essere l’immagine pubblica e onnicomprensiva.
Per questo, credo fortemente che vi sia la necessità di legare l’Ordine - le sue procedure, la sua identità - all’identità della professione che rappresenta.
Quindi è d’accordo con chi vede i medici distanti dagli interessi degli odontoiatri?
I primi troppo dipendenti delle strutture sanitarie, i secondi quasi nella totalità liberi professionisti.
È vero che la maggior parte dei medici attivi oggi lavora in e per conto del Ssn, e che quindi, di mezzo, c’è il terzo pagante, ma non è detto che in un prossimo futuro quello del terzo pagante non diventi un aspetto importante anche per il settore odontoiatrico, riducendo queste differenze strutturali.
Detto questo, si tratta comunque di un ragionamento importante, anche se non il solo.
Non esaspererei differenze, per giustificare una soluzione piuttosto che un’altra. Il mio invito è quello di non fare ragionamenti affrettati. Facciamo un progetto serio e rispettoso della nostra storia, dei compiti che spettano ai medici e agli odontoiatri, vediamo quali sono i percorsi efficienti ed efficaci.
Il lavoro da fare sarà questo: trovare il giusto equilibrio tra l’esigenza di essere rappresentativi di un unico Ordine e l’esigenza di essere rappresentativi di due professioni diverse all’interno di un unico Ordine.
Quindi, anche senza separarsi, gli odontoiatri potrebbero ottenere comunque l’autonomia richiesta?
Credo che a livello nazionale la Cao abbia sempre potuto esprimere un consenso rispetto alle scelte fatte dalla Federazione e goda di un’autonomia che permetta di incidere sulle scelte della propria professione. Come vede, il campo è sgombro da qualunque pregiudizio.
Ripeto quanto ho già detto: sono gli odontoiatri che devono prima costruirsi un’idea di come vorrebbero un proprio Ordine. A quel punto ci si può confrontare per farla diventare l’idea di tutti. Questo dell’autonomia non deve diventare un motivo di scontro ideologico, ma di serio dialogo. Dialogo che deve cominciare proprio all’interno della professione odontoiatrica per stabilire come questa autonomia, che tutti sostengono, debba attuarsi. Da sempre mi sono impegnato per tenere aperte tutte le strade e tutte le prospettive possibili. Aspettiamo una proposta concreta da parte degli odontoiatri, di tutti gli odontoiatri.

GdO 2010;16

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