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14 Marzo 2011

Il Collegio dei docenti dà il via a un nuovo corso

di Norberto Maccagno


Nuovo corso per l’associazione che rappresenta il mondo accademico odontoiatrico: il 28 ottobre, il Collegio dei docenti ha eletto il gruppo dirigente e riformulato lo statuto. Il nuovo corso sarà all’insegna della continuità, ma con strumenti diversi e sfide da affrontare, a cominciare dalla riforma dell’università, recentemente varata dal Parlamento. Una riforma ancora tutta da applicare, con la realizzazione e l’approvazione dei decreti attuativi. Con Antonella Polimeni, eletta alla carica di presidente dell’associazione, abbiamo parlato di questo e di altro, alla vigilia del congresso che si svolgerà a Firenze e Siena dal 14 al 16 aprile.

Professoressa Polimeni, partiamo dal bilancio di questi primi tre mesi di presidenza.
Sono stati mesi che abbiamo utilizzato per iniziare a impostare il lavoro futuro. Non dimentichiamo che l’assemblea dell’ottobre scorso, oltre ad aver eletto il gruppo dirigente, ha approvato il nuovo statuto che modifica molti dei meccanismi consolidati nel tempo. Tra le novità importanti, la presenza nel Collegio dei referenti - l’organismo che governa l’associazione - di una rappresentanza di professori associati e ricercatori. Proprio per allineare la nuova dirigenza a questa struttura abbiamo chiesto a tutte le sedi universitarie di nominare un referente; abbiamo poi avviato colloqui con le principali sigle sindacali del settore per un confronto sui vari temi in agenda.
I primi mesi di presidenza sono coincisi con la discussione della riforma dell’università.

E come vi siete mossi al riguardo?
Abbiamo cercato di analizzare tutti gli aspetti della riforma, anche con l’aiuto di esperti convocati nella prima riunione del 3 febbraio. D’altra parte saremo chiamati a dare il nostro parere sui tanti aspetti che dovranno essere definiti con i decreti attuativi necessari a rendere operativa la riforma. È consuetudine infatti che il Consiglio universitario nazionale (Cun) interpelli i Collegi delle varie discipline per chiedere pareri sugli interventi da adottare.
Da subito, dovremo pronunciarci rispetto ad alcuni criteri contenuti nel primo decreto attuativo, ora in discussione, che affronta il tema cruciale dell’abilitazione nazionale.
A inizio marzo ci riuniremo nuovamente per proporre linee di indirizzo in merito all’accesso all’abilitazione a professore ordinario e associato nel nostro settore scientifico-disciplinare; dovremo anche individuare i livelli curricolari essenziali perché un professore ordinario possa proporsi quale membro della commissione nazionale, che verrà costituita una volta formato un elenco di docenti disponibili attraverso un sorteggio (il passaggio è infatti fortemente legato all’anagrafe dei docenti universitari).

In generale come giudica la riforma?
Sono due gli aspetti da valutare. Il primo il tempo: a oggi la riforma è una legge quadro che necessita dell’approvazione di un buon numero di decreti. Ci saranno diversi passaggi ministeriali, alle commissioni parlamentari e al Consiglio di stato.
Il tempo è fondamentale perché con l’approvazione della riforma Gelmini sono state abrogate quelle precedenti e oggi l’università italiana si trova in una sorta di “vacatio legis”, un limbo che, se non colmato, porterà a problemi, soprattutto per il reclutamento di docenti e ricercatori. Il rischio è che si finisca in una situazione in cui non si possa prendere decisioni: in una parola, la paralisi.
Il secondo aspetto è quello dei tagli lineari che la riforma impone. Tagli che condizionano il ricambio dei docenti, il destino delle carriere dei ricercatori a tempo indeterminato, che andranno a estinguersi, e delle borse di studio per gli studenti meritevoli. Altro problema è quello del dottorato di ricerca, tema sul quale la legge è nebulosa e che dovrà essere chiarito. Anche in questo caso i decreti saranno determinanti.
Altre considerazioni si dovrebbero fare sulla governance del sistema; ma sono valutazioni di politica accademica più generale.

Stando a quanto annunciato dal Ministro dell’università, Mariastella Gelmini, uno dei punti cardine è l’ottimizzazione delle risorse nella direzione dell’eliminazione di corsi poco frequentati. Cosa che potrebbe diventare un problema per i piccoli atenei. Crede che la via per alcuni corsi di laurea sia di accorparsi?
L’esperienza che sta vivendo l’università di Firenze e quella di Siena, che hanno deciso ben prima della riforma di accorparsi, è la dimostrazione di come i corsi di laurea in odontoiatria guardino con interesse a questa possibilità. Indubbiamente, tra i vantaggi c’è quello di ottimizzare le risorse, soprattutto per quanto attiene il corpo docente, il vero problema viste le limitazioni nelle assunzioni. È chiaro che le sedi piccole dovranno fare delle riflessioni per valutare se quella dell’accorpamento sia una strada percorribile.
La soddisfazione è che Odontoiatria è stata la prima area a sperimentare la federazione tra atenei.

Torniamo al Collegio dei docenti. La sua presidenza sarà nel segno della continuità con quella di Elettra Dorigo?
Assolutamente sì. La professoressa Dorigo ha lavorato con passione e dedizione al rinnovamento del Collegio e grazie alle modifiche dello statuto ci ha fornito gli strumenti per dare continuità al suo mandato e permetterci di rendere operative le decisioni che prenderemo strada facendo. Un percorso che continuerà a puntare alla qualificazione dell’offerta formativa e della ricerca. In questi ultimi dieci anni la ricerca italiana ha raggiunto livelli eccelsi. I nostri docenti, molti dei quali giovani ricercatori, sono diventati figure di spicco nel panorama scientifico mondiale, effettuando pubblicazioni sulle più prestigiose riviste internazionali e questo è la dimostrazione di come il livello dell’Odontoiatria accademica sia cresciuto.
Per quanto riguarda la didattica, negli anni, si è lavorato molto in termini di verifica del livello della qualità anche dal punto di vista della pratica, con l’attivazione di forme di assistenza.

Uno degli obiettivi della precedente presidenza era di portare la qualità formativa delle varie sedi universitarie a uno stesso livello qualitativo. Un obiettivo che ancora non è stato centrato appieno.
È un lavoro lungo che continueremo, ma che sta già dando i suoi frutti. Il Collegio non smetterà di essere collettore di esperienze in modo da costituire una guida e offrire un sostegno alle sedi più in difficoltà, con l’obiettivo di raggiungere, a breve, una qualità formativa e organizzativa comune.

L’esperienza della Sapienza di Roma in merito alla certificazione di qualità può essere esportata anche in altre sedi?
Certamente. La Sapienza ha da tempo intrapreso con successo un percorso di riorganizzazione e ottimizzazione che oggi troviamo inserito nella riforma Gelmini. La costituzione dei “team qualità” per i corsi di laurea magistrali e triennali si è rivelato un grande stimolo verso il miglioramento e non un mero adempimento amministrativo. Ma parlando della Sapienza, mi consenta di ricordare che, nell’ambito della riorganizzazione delle nostre facoltà, che sono passate da 23 a 11, è la prima sede italiana con una facoltà che si chiama Medicina e Odontoiatria: si tratta di un grande riconoscimento per il nostro corso di laurea magistrale, che ha visto, in coincidenza con l’applicazione della Legge 270, la trasformazione del ciclo di studi da cinque a sei anni. Questo passaggio non è indifferente nell’acquisizione della pari dignità con il corso di laurea in Medicina e chirurgia, tanto che, con ogni probabilità, la prova di accesso per il prossimo anno accademico potrebbe essere unificata per gli aspiranti medici e odontoiatri.

Spesso vengono indicati come causa delle carenze dell’università italiana gli scarsi finanziamenti a di-sposizione. La qualità si realizza solo attraverso adeguati fondi o anche grazie a una buona organizzazione?
Certamente la carenza di fondi, sopratutto strutturali, non aiuta, ma una buona organizzazione è fondamentale. Direi che i problemi dell’università nascono sì dalla quantità di denaro a disposizione, ma anche dalla sua gestione, che non sempre è appropriata. Va fatta una sana autocritica, che sia propositiva, per non ripetere gli errori. Per l’odontoiatria i fondi strutturali sono indubbiamente importanti e spesso sono mancati negli atenei che non hanno voluto investire sul corso di laurea. D’altronde, la nostra disciplina può reperire risorse anche all’esterno, attingendo a finanziamenti privati o attraverso l’offerta formativa post-laurea, configurata come Long Life Learning (formazione continua) e l’attivazione di master, corsi di alta formazione e di aggiornamento.

Da tempo chiedete di offrire prestazioni supportando il Ssn nell’assistenza ai cittadini. Il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha dichiarato di voler aprire l’accordo sull’odontoiatria sociale anche alle cliniche universitarie. Il cerchio si chiude?
L’università ha necessità di formare gli studenti anche dal punto di vista pratico e per farlo servono i pazienti.
Il Ssn ha bisogno di strutture per curare gli assistiti; non vedo dove sia il problema se tentiamo di conciliare le due esigenze.
L’apertura del ministro della Salute in tema di odontoiatria sociale è un segnale molto importante. Mi sembra però doveroso chiarire che, al contrario di quanto sento, l’assistenza che proponiamo non vuole demandare la cura dei cittadini agli studenti, ma permettere a questi ultimi di avere ottimali condizioni per la didattica professionalizzante. Infatti sono sempre seguiti dai docenti.

Parte della libera professione considera questo fenomeno come concorrenza.
È un falso problema, perché l’obiettivo è quello di dare risposte alle richieste di quell’utenza che dal dentista privato non va o non andrebbe, oltre che, come già detto, essere un percorso virtuoso per la formazione pratica del futuro libero professionista. Un giovane odontoiatra preparato è una risorsa per la libera professione, anche perché si ritroverebbe nella condizione di poter evitare di scendere a compromessi per fare pratica dopo la laurea. Devo però dire che già oggi la formazione viene egregiamente svolta da molte cliniche universitarie. L’obiettivo è che avvenga nella totalità delle cliniche.
Cresce il disagio per gli studenti che studiano in università private all’estero. Se per altre facoltà è un’opportunità, perché per odontoiatria è un problema?
Perché sono corsi a numero programmato, che esiste in quanto funzionale alle risorse dei singoli atenei. La libera circolazione degli studenti sul territorio europeo è regolamentata, ma a partire da una iscrizione che segue un concorso. Sicuramente, la possibilità per gli studenti di fare esperienze all’estero è positiva e da incoraggiare durante il corso di studi. Va stimolata la partecipazione ai programmi Erasmus, attivi nella maggior parte degli atenei e ancor oggi poco utilizzati. Diverso il discorso se la cosiddetta “mobilità” viene utilizzata per aggirare il numero programmato italiano.

Veniamo ora al congresso del Collegio dei docenti, che si svolgerà a Firenze e Siena dal 13 al 16 aprile. Anche nel suo mandato continuerà a essere un congresso itinerante?
L’esperienza di questi anni è stata positiva e continueremo su questa strada. Le posso anticipare che l’anno prossimo si svolgerà presso la Dental School di Torino. Voglio anche sottolineare che il nostro Congresso non segue solo una logica itinerante, ma un percorso formativo preciso. Durante il primo anno, a Roma, abbiamo parlato di assistenza; lo scorso anno a Chieti sono stati sviluppati i temi della didattica; a Firenze e Siena l’argomento sarà la ricerca, mentre nel 2012 a Torino parleremo di biomateriali e nuove tecnologie nella didattica, nella ricerca e nelle applicazioni cliniche.

GdO 2011;3

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