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11 Maggio 2012

Chi ben comunica è a metà della cura?

Visto da fuori: l'importanta della relazione nel rapporto di cura

di Norberto Maccagno


Dopo aver letto l'intervista alla dottoressa Clelia Mazza sulla medicina narrativa in cui esalta i benefici della medicina narrativa, la prima cosa che ho pensato è stata: sì, è vero, basterebbe pensare che davanti non si ha un dente da curare, ma una persona.
D'altronde molte sono le ricerche che indicano come tra le cose che i pazienti vorrebbero migliorare nel rapporto con il proprio dentista c'è la comunicazione, e non solo nel senso di capire meglio quali sono le cure prescritte, ma anche di essere ascoltati.

Da paziente sono convinto che il medico o il dentista, spesso, dimentica che la persona che ha di fronte si è rivolta a lui perché ha un problema, un problema "intimo" che lo preoccupa. Per risolverlo, è disposto a mettersi a nudo, a raccontare le proprie abitudini personali, ad aprirsi. Insomma il paziente è disposto a lasciar cadere ogni bariera, ogni pudore, pur di far capire quale è il suo disagio, anzi molto spesso ha scelto quel medico, quel dentista proprio perchè gli ispira fiducia. Già, perché molto spesso noi pazienti vogliamo raccontare i nostri problemi, un po' perché ad alcuni piace farlo, un po' perché ci sembra utile per fare capire meglio il nostro problema.

A volte, vostri colleghi mi raccontano di snervanti vecchine che arrivano in studio per lamentare il dolore provocato da una protesi lunga, parlando anche per mezz'ora, mentre voi, appena ha aperto la bocca, avete già visto dove la gengiva è arrossata. Capisco la fatica di stare ad ascoltare la vecchina - è noioso e porta via tempo - ma se la assecondate, la state a sentire, la compatite sarete per sempre il suo dentista, indipendentemente dal fatto se siate riusciti o meno a togliergli il dolore.

Qualche settimana fa ho portato mio figlio da uno specialista per un consulto. Nei 45 minuti di visita, il medico ha risposto due volte al telefono e guardato per tre volte l'orologio. Sono sicuro che quanto mia moglie e io cercavamo di descrivere non fosse determinante per la diagnosi, ma per noi lo era: volevamo confrontare le nostre sensazioni con le sue.

Quando siamo usciti l'abbiamo catalogato come inadatto, mettendo prima in dubbio la sua professionalità e poi, di conseguenza, anche la sua diagnosi. Per questo ci siamo rivolti a un altro professionista. Il secondo medico ha confermato quanto detto dal primo, però ci ha ascoltato, ha commentato quanto gli dicevamo, spiegandoci dove sbagliavamo nel giudizio e ci ha consigliato sull'atteggiamento da tenere. Dal punto di vista clinico, i due medici hanno tracciato lo stesso quadro, come identico è stato il percorso terapeutico indicato, però se ricapiterà, ci rivolgeremo - o consiglieremo ad altri - al secondo medico.

La dottoressa Mazza definisce la medicina narrativa come "l'unione di capacità mediche e comunicative che consentono di prestare realmente attenzione a una storia di malattia e sofferenza, collocandola nel contesto specifico della vita del paziente attraverso la creazione di un rapporto paritario e di cooperazione tra chi presta le cure e l'assistito".

Sbaglio se sintetizzo la definizione con la necessità di stare a sentire i propri pazienti con gentilezza e saper parlare loro? Sono convinto che molti di voi, soprattutto se "arrivati" professionisti, non vi ponete spesso il problema di capire chi è e quali aspettative ha la persona seduta sul vostro riunito. Non dico certo che dovete arrivare a fare come Mr Gwyn, il personaggio dell'omonimo libro di Alessandro Baricco, che decide di scrivere i ritratti delle persone, osservandole per giorni, ma porvi il problema servirebbe a tutti. Basterebbe, forse, essere più ben disposti, pensando che il tempo che dedicate a parlare con il vostro paziente è tempo ben speso. Dicono che si può imparare a farlo. Su questo su odontoiatria33.it c'è una videointervista a Carlo Guastamacchia in cui viene spiegato come deve essere l'approccio con il paziente alla prima visita. Certo, per mettere in pratica quanto propone il professor Guastamacchia - anche la dottoressa Mazza lo sottolinea - bisogna dedicare del tempo, forse più di quanto vi servirebbe per curare il vostro paziente.

Ne vale la pena, è economicamente sostenibile? Non saprei darvi una risposta. Certo è che il rapporto umano potrebbe essere il valore aggiunto che distingue - e permette di stare sul mercato - lo studio monoprofessionale dal negozio del dentista.

Molti autorevoli esponenti del settore indicano nella qualità delle prestazioni la ricetta per uscire dalla crisi e distinguersi da chi vuole fare solo business. Ovviamente sarà così: certo è che il paziente fatica a distinguere una otturazione ben fatta da una mal fatta, fino a quando quest'ultima non salta, mentre da subito apprezza il dentista che gli spiega, sa ascoltare e capire. È anche vero che un dentista che sa parlare al suo paziente non è detto che poi sia un bravo dentista. Ma questa è un'altra storia.

n.maccagno@d-press.it

Leggi l'intervista a Clelia Mazza sulla medicina narrativa:
- Storie da ascoltare: recuperare l'umanità attraverso la medicina narrativa


Sull'importanza della comunicazione in studio leggi anche:
- Per nove italiani su dieci, dentista come medico di famiglia

GdO 2012;5:1-4

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