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12 Marzo 2008

La Santa dei dentisti

di Adamo Calatroni


“O gloriosa Santa Apollonia, per quell’acutissimo dolore che voi soffriste quando, per ordine del tiranno, vi furono strappati i denti che tanto aggiungevano di decoro al vostro angelico volto, otteneteci dal Signore la grazia di essere sempre liberati da ogni molestia relativa a questo senso, o per lo meno soffrirla costantemente con imperturbabile rassegnazione.”
È l’inizio di una preghiera a quella Santa Apollonia che, in virtù del suo martirio, è considerata la patrona dei dentisti, la protettrice contro il mal di denti e contro tutte le malattie della bocca.
Sarà che in passato erano frequenti le sofferenze patite a causa dei denti malati e atroci quelle inflitte dai cavadenti più o meno improvvisati, ma il culto di questa Santa è stato popolare e diffuso in tutta Europa. Oggi invece Apollonia attraversa un periodo di relativa oscurità, non molti la ricordano, nonostante capiti facilmente d'imbattersi in una delle numerose chiese a lei dedicate e, talvolta, in qualche centro odontoiatrico che giustamente ne ha preso il nome.
Fin nel XVIII secolo, Papa Pio VI provò a mettere un po’ d’ordine tra i presunti denti di Santa Apollonia che si contavano numerosi in tutta la nostra penisola; si dice che ne vennero raccolti tre chili, messi in uno scrigno e affondati nel Tevere, a difesa di quelli autentici che, come tali, potevano essere baciati e venerati e fornire adeguato rimedio contro le carie. L’operazione non deve però essere stata sufficiente se è vero che ancora oggi, solo in Francia, si conservano ancora cinquecento denti della Santa.

Pare che Apollonia sia vissuta ad Alessandria d’Egitto tra il II e il III secolo dell’Era cristiana. Il vescovo Dionigi parla di un’esistenza pia e votata al Signore, vissuta in verginità, preghiera e carità, ma se della sua vita si sa pochissimo, le testimonianze del suo martirio sono dettagliate e terribili. Avvenne nell’anno 249, quando Apollonia era ormai una donna anziana. Le cronache, che ci sono giunte tramite Eusebio da Cesarea, raccontano di una sommossa popolare in cui la folla venne aizzata contro i cristiani a opera di un indovino: ci si scagliò con particolare accanimento contro chi, come Apollonia, era noto per la sua devozione.
Prima le strapparono tutti i denti e poi accesero una pira minacciando di bruciarla viva se non avesse abiurato la sua fede e avesse acconsentito di bestemmiare contro Gesù Cristo. Pare che la donna abbia in un primo momento chiesto un po’ di tempo per pensarci, ma si trattava di un trucco: si gettò volontariamente tra le fiamme.
Suicidio, in fin dei conti, e addirittura Sant’Agostino che in De civitate Dei avanza dubbi sulla liceità della scelta di darsi la
morte pur di non rinnegare la fede cristiana: “non è meglio compiere un’azione vergognosa, da cui è possibile liberarci col pentimento, più che un misfatto che non lascia spazio a un pentimento che salvi?”
A quanto pare, tuttavia, il suicidio di Apollonia non venne ritenuto una colpa e anzi le scritture agiografiche ne celebrano il coraggio, come il Beato Jacopo da Varazze che, nella sua Legenda Aurea, scrive:“i suoi spietati persecutori rimasero allibiti oltre misura nel vedere una tale donna più desiderosa di subire la morte di quanto loro non fossero pronti a infliggerla”.
Di questa violenza, di questo furore sacrificale, restano poca traccia nell’iconografia della Santa. Non sono moltissime le immagini che la raffigurano e, su tutte, spicca quella del maestro spagnolo Francisco de Zurbarán. Qui Apollonia è una giovane donna di serena bellezza; l’apparente contraddizione è spiegata dai trattati antichi che istruivano i pittori sul modo di raffigurare i santi e affermavano che le vergini non perdevano né gioventù né bellezza col trascorrere del tempo. Zurbarán la veste allora con colori poco ortodossi ma vivaci e armoniosi, le pone sul capo la corona di fiori freschi tipica delle vergini, le mette in una mano la foglia di palma delle martiri, ma nell’altra mano, più inquietante, una tenaglia e, stretto tra la tenaglia, un dente.

GdO 2008; 3

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