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21 Ottobre 2009

Sei anni per diventare odontoiatri

di Norberto Maccagno


Da poche settimane il professor Marco Ferrari è stato nominato presidente della Conferenza nazionale dei corsi di laurea in odontoiatria e protesi dentaria succedendo al professor Alberto Barlattani.
Laureato in Medicina e chirurgia nel 1983 a Pisa, specializzato in Odontoiatria a Siena è presidente del corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentaria, direttore del dipartimento di Scienze odontostomatologiche ed oftalmologiche e dell’Uoc di odontostomatologia dell’Università di Siena.
Un incarico impegnativo che arriva in un periodo di profondi cambiamenti del mondo universitario ma anche della stessa professione odontoiatrica e che coincide con lo storico avvio del nuovo anno accademico che equipara, per durata, il corso di laurea di Odontoiatria con quello di Medicina e chirurgia.

Professor Ferrari, ci ricorda i compiti della Conferenza permanente dei corsi di Laurea magistrale in odontoiatria e protesi dentaria che da qualche settimana presiede?
La Conferenza ha il compito di implementare il nuovo corso di odontoiatria, monitorare e uniformare l’attività didattica in particolare delle materie professionalizzanti di tutte le sedi seppure nel rispetto dell’autonomia dei singoli atenei. Altro compito importante è quello di coordinare la sostenibilità degli accessi.
La Conferenza è composta dai presidenti dei 33 corsi di Laurea magistrale in odontoiatria e Protesi dentaria italiani.
Come Conferenza dei Clmopd, collaboriamo e ci rapportiamo con il Collegio dei docenti di odontoiatria, con la Conferenza permanente dei presidi di medicina e chirurgia, dei presidenti dei corsi di Laurea magistrale in medicina e chirurgia, e in base alle varie questioni trattate con le istituzioni tra le quali il ministero dell’Università e le associazioni ordinistiche e professionali.
Tra i vostri compiti c’è anche quello di indicare al Miur il numero di studenti ottimale per i vari atenei?
No, non siamo noi a indicare quanti studenti possono iscriversi ai corsi di laurea in odontoiatria. Noi forniamo i dati dei nostri singoli atenei in base ai requisiti minimi ministeriali, ma poi è il tavolo tecnico a determinare la numerosità annuale degli accesi. Tra i nostri obiettivi c’è quello di porci come un interlocutore permanente al tavolo tecnico oggi composto da vari soggetti in rappresentanza della professione, delle associazioni sindacali, degli assessorati regionali alla sanità, del ministero ecc. Riteniamo che la nostra presenza a quel tavolo debba essere istituzionalizzata e che ci sia permesso partecipare alla fase decisionale. Vogliamo poter incidere su certe decisioni visto che poi, quelle decisioni, condizionano le scelte che influenzeranno direttamente la vita dei nostri corsi di laurea.
Colgo una nota polemica. Deduco che non siete d’accordo sul numero di studenti che potranno iscriversi ai vari corsi di odontoiatria?
La questione non è sul numero ma sul metodo attraverso il quale sono stati determinati recentemente. È stato deciso di ridurre del 10% circa i posti in tutti gli atenei: un calcolo solo numerico. Non voglio entrare nel merito delle motivazioni, non ho partecipato al tavolo tecnico, e tanto meno voglio discutere di ciò che è stato deciso; lo subisco come tutti gli altri miei colleghi.
Il numero di studenti che possono iscriversi deve essere determinato sulla base di molti fattori tra i quali gli unici da noi dipendenti sono quelli basati sui requisiti minimi ministeriali, ma poi vi sono altri aspetti come il fabbisogno della sanità regionale, le richieste che provengono dalla professione e altro ancora. Noi vorremmo che ogni singola sede sia attentamente analizzata: applicare un -10% generalizzato è inadeguato alle singole realtà.
Sicuramente questi tagli indiscriminati hanno suscitato perplessità all’interno della Conferenza.
Le perplessità derivano dal fatto che è troppo basso il numero degli studenti? Alcuni atenei avranno quest’anno solo 7 iscritti. Non crede che siano troppo pochi?
Probabilmente il numero di studenti ammessi quest’anno è troppo basso rispetto alla sostenibilità globale del sistema universitario italiano. Inoltre, bisogna valutare i singoli casi e non si può generalizzare.
È chiaro che corsi di laurea con 7 studenti o con 9 possano avere difficoltà di gestione, in primo luogo dal punto di vista economico. Ma dire che devono essere necessariamente chiusi come è stato fatto per le sedi di corso di laurea triennale delle professioni sanitarie con meno di 10 studenti è sbagliato. Bisogna valutare caso per caso. Posso essere d’accordo con lei che 7 studenti per un corso di laurea siano pochi ma per giudicare dobbiamo valutare l’ateneo, gli investimenti che il Rettore sta facendo, la sua organizzazione e la possibile programmazione per l’arruolamento di nuovi docenti.
Ci possono essere dei corsi con un numero di studenti contenuto che però hanno un loro prestigio, una loro organizzazione, una qualità formativa tale da supportarle per poi ampliarsi nell’arco di un breve periodo oppure possono essere studiate soluzioni aggregative con altre sedi.
Come si pone la numerosità delle singole sedi italiane rispetto a quella di altre realtà europee?
Se ci confrontiamo a livello europeo è difficile trovare corsi di laurea con meno di 20/30 studenti.
Come dicevo, non si può giudicare e riformare l’Università solo dai numeri.
Una soluzione per superare certe criticità potrebbe essere che la programmazione dei posti sia fatta su base triennale e non annuale.
Questo permetterebbe agli atenei di programmare e organizzare al meglio l’offerta formativa, la propria struttura e organizzazione basandosi su certezze. Le faccio un esempio. Vi sono più sedi, già con un numero di studenti importante, che stanno realizzando nuove strutture e, una volta operative, avranno tutte le potenzialità per aumentare il numero di studenti e sarebbe uno spreco non farlo.
L’anno accademico che si sta aprendo vede una novità storica. Gli anni minimi necessari per laurearsi passano da 5 a 6. Che cosa cambia, oltre alla durata?
Il piano di studi e l’ordinamento sono cambiati e sono stati consigliati e approvati all’unanimità da tutta la Conferenza. Tutti i presidenti, nel luglio 2008, hanno condiviso i programmi uniformandoli e rendendoli in buona parte sovrapponibili per le materie professionalizzanti. Questo vuole dire che in tutte le sedi italiane di corso di Laurea in odontoiatria il percorso formativo dello studente sarà simile. Prima non era così, creando comprensibili problemi per quegli studenti che dovevano trasferirsi in un’altra sede in quanto vi erano differenze tra i vari programmi formativi. L’obiettivo del lavoro che abbiamo portato avanti di concerto con il Collegio dei docenti è stato quello di far sì che studenti di Milano, di Siena o di Palermo al termine del loro percorso formativo abbiano effettuato lo stesso piano di studi e quindi abbiamo la stessa preparazione. Ma la vera novità è che grazie all’introduzione del sesto anno abbiamo la possibilità di incrementare il numero di ore dedicate alla pratica, con turnazioni degli studenti nei vari reparti per attività cliniche quotidiane.
Auspichiamo che il registro delle prestazioni cliniche degli studenti sia riconosciuto come attestante dell’attività clinica svolta anche in sede di esame di stato per l’abilitazione alla professione.
Mi ricorda chi ha deciso di portare a 6 anni il corso di laurea e il perché di questa scelta?
È stata una decisione ministeriale che risale a quattro anni fa. Credo che sia stata una scelta politica per aumentare la professionalità dei futuri dentisti. Abbiamo così potuto elaborare un piano di studi e un ordinamento in accordo con le istituzioni.
Di fatto viene istituzionalizzato all’interno dell’università quell’anno di tirocinio obbligatorio che i rappresentanti dell’Albo degli odontoiatri chiedevano come vincolo per l’abilitazione.
Direi di sì. Introducendo questo sesto anno si è, di fatto, istituzionalizzato all’interno dell’Università il tirocinio pratico per i futuri odontoiatri. Prima di introdurre il sesto anno c’era la proposta di istituire dopo la laurea un anno di tirocinio obbligatorio prima dell’abilitazione come già accade per altre professioni. Ma se così fosse stato si sarebbe creato il forte imbarazzo di come selezionare gli studi professionali dove fare pratica. Un aspetto estremamente qualificante dell’introduzione del sesto anno è costituito dal possibile controllo finale sulla qualità della formazione del neo-laureato che sarà, infatti, chiamato a dimostrare alla poltrona il suo grado di preparazione per inserirsi nel mondo della professione. Inoltre questo sesto anno diviene una risorsa preziosa anche per il Servizio sanitario nazionale che potrebbe creare sinergie con le cliniche universitarie per offrire assistenza odontoiatrica a determinate fasce di cittadini. L’università ha la struttura, ha docenti preparati che seguono gli studenti durante il loro tirocinio e ha molti pazienti. Sono convinto che le strutture universitarie possano dare una risposta interessante al bisogno di odontoiatria pubblica. Peraltro questa forma di collaborazione è già attiva in alcuni dei nostri atenei.

GdO 2009;14

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