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15 Marzo 2010

È importante tenere alta la guardia per tutelare la professione

di Roberto Callioni


Come ho più volte avuto modo di dire, per parlare seriamente di fondi integrativi dobbiamo partire da un punto certo: i fondi integrativi sono una legge dello Stato tracciata nel 1999 dalla riforma Bindi e resa operativa dal Governo Prodi e successivamente da quello Berlusconi. Dico questo per chiarire che non vi è la possibilità di tornare indietro: chi fa intendere questo prende in giro i colleghi. Probabilmente ci sono ancora margini di trattativa per cercare, sia attraverso i regolamenti attuativi che il Governo deve ancora emanare, sia mediante un lavoro di concertazione con i gestori dei fondi, di evitare che questi creino problemi al settore oltre che agli stessi cittadini. Il punto è quello di riuscire a imporre il fatto che la qualità offerta agli aderenti sia di buon livello e che il professionista sia adeguatamente remunerato.
Per questo l’Andi si propone come interlocutore con le istituzioni e con i gestori dei fondi utilizzando tutti gli strumenti in suo possesso, anche tariffari e tempari, per dimostrare che sotto certi minimi, qualitativi ed economici, non si può stare. Su questo punto plaudiamo il Ministero per la creazione del tavolo tecnico per la realizzazione delle raccomandazioni cliniche dove Andi ricopre, e ricoprirà ancorpiù in fase di verifica, un ruolo attivo. Ritengo che siamo in una fase transitoria in cui sono ancora molti i fattori sui quali possiamo intervenire. Dovremo valutare come i gestori si organizzeranno, quali prestazioni offriranno gratuitamente, quali a prezzi concordati.
Certamente nessuno obbligherà i dentisti italiani a convenzionarsi e i professionisti che lo faranno non dovranno essere considera ti di serie B. Trovo che siano i colleghi della mia generazione a percepire di più uno stato di disagio verso questi strumenti, mentre i giovani si adattano meglio alla situazione. Per la mia generazione lo studio mono-professionale era un dogma, mentre adesso non è più così. I giovani colleghi fortunatamente si pongono il problema deontologico per evitare di andare a fare i prestanome, ma si adattano a situazioni nuove come i franchising. A questa fotografia professionale dobbiamo anche aggiungere le mutazioni legate all’applicazione della direttiva europea sulla libera circolazione dei professionisti. Sono poi convinto - come dentista prima ancora che come presidente Andi - che per uno studio, anche il più piccolo, la “pazientela” indotta dalla convenzione con i fondi integrativi interesserà qualche mezza giornata alla settimana di lavoro; per questo ritengo che potrà essere utile ai colleghi più giovani, che stanno vivendo la professione diversamente da chi l’ha intrapresa trenta o quaranta anni fa. Un’associazione come Andi che rappresenta sia il dentista affermato sia il giovane deve cercare di sostenere sindacalmente tutte le parti.
Più che commentare i dati del sondaggio da voi effettuato, peraltro interessanti, vorrei ricordare che il pericolo portato dai fondi alla professione odontoiatrica non sarà tanto quello della loro attivazione - molti sono già attivi da tempo -, ma sarà dato dal fatto che questi verranno contemplati nei rinnovi contrattuali di molte categorie obbligando, nel concreto, i lavoratori a rivolgersi ai dentisti convenzionati per accedere a una serie di prestazioni a tariffe stabilite. Dovremo lavorare affinché questo “movimento” di pazienti non finisca principalmente nelle cliniche gestite dalle società di capitale e, torno a dirlo, perché la qualità delle prestazioni sia buona e le retribuzioni per i dentisti aderenti adeguate.
Concludendo, vorrei porre attenzione sul dato del vostro sondaggio che indica l’alta percentuale di colleghi disinformati. Questo dimostra che il gran parlare che si fa intorno a questo argomento è un esercizio “esclusivo” dalla nomenclatura professionale, mentre i colleghi preferiscono approfondire, per esempio, una nuova tecnica piuttosto che documentarsi o seguire i dibattiti su argomenti politico sindacali. E questo non è bene. Nei miei sei anni di presidenza Andi ho puntato molto sulla comunicazione per dare visibilità alla nostra professione e per dare ai colleghi tutti gli strumenti necessari per capire, farsi un’opinione ed essere consapevoli delle proprie scelte professionali. Come si dice, una persona informata sa valutare, gli altri rischiano di credere a chi “vende loro fumo”.

GdO 2010; 4

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