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02 Novembre 2010

Tips and tricks

di Davide Fiori


La documentazione fotografica del paziente rappresenta oggi un elemento di fondamentale importanza all’interno dell’iter diagnostico, di formulazione e svolgimento del piano di trattamento. Nel GdO 2010;9:6-7 abbiamo fatto il punto sull’aspetto tecnico dell’attrezzatura fotografica e focalizzato le principali inquadrature intra ed extraorali. Analizzeremo ora più in dettaglio le caratteristiche tecniche della ripresa fotografica, con particolare riferimento a quegli aspetti che maggiormente influenzano le immagini intraorali. Successivamente esamineremo le modalità di archiviazione delle immagini scattate. La ripresa fotografica intraorale rappresenta una particolare condizione di macrofotografia complicata, poiché il soggetto (denti e mucose) è alloggiato all’interno di una cavità profonda visibile attraverso un’apertura ristretta che ne limita la penetrazione della luce; il tutto è complicato da strutture (lingua e guance) che riducono ulteriormente l’accessibilità e la visibilità.
La ripresa fotografica
La realizzazione dell’immagine fotografica non è che il risultato del corretto rapporto tra gli elementi che la determinano; per realizzare una bella foto bisogna compiere, prima dello scatto, una serie di operazioni, tutte necessarie e importanti. Inizialmente queste attività richiedono continui controlli, ma con il tempo il tutto diventa automatico e la concentrazione necessaria si riduce, sino a che ci si può dedicare esclusivamente al campo inquadrato. Per regolare opportunamente la fotocamera bisogna considerare il tipo, l’orientamento e la quantità di luce che colpisce il soggetto; oltre a una buona padronanza dell’esposizione associata a un’impeccabile bilanciamento del bianco, l’immagine a soggetto odontoiatrico dovrà essere perfettamente nitida in tutti gli elementi che la compongono; quindi la corretta scelta del diaframma, della focale e della distanza dal soggetto giocheranno un ruolo fondamentale nel determinare un’adeguata profondità di campo, quella zona dell’immagine ove tutto è a fuoco. Gli elementi che andremo ad analizzare, spesso causa dei principali errori di ripresa, sono rappresentati dall’inquadratura, messa a fuoco, esposizione e bilanciamento del bianco.
L’inquadratura
Sul GdO 9 abbiamo classificato ed esaminato le inquadrature standard intra ed extraorali. In fotografia odontoiatrica l’inquadratura è di semplice esecuzione, anche se a volte è complicata dalla necessità di distendere le guance e di fotografare indirettamente attraverso uno specchio da fotografia. È un’inquadratura tecnica, che non risente delle regole di composizione della fotografia artistica: in buona sostanza è sufficiente inquadrare il soggetto, alla giusta distanza e con la corretta inclinazione. L’inclinazione della fotocamera è di grande importanza per ottenere immagini che non richiedano successivi interventi di regolazione a computer. Per semplificare il concetto immaginiamo che il paziente sia in piedi con il tavolato occlusale parallelo al piano orizzontale; siamo di fronte e dobbiamo fotografare il sorriso (le labbra sono distese dagli apribocca). La corretta inclinazione di ripresa si ottiene idealmente quando il sensore (che corrisponde al dorso della fotocamera) è ortogonale al piano orizzontale e parallelo al piano frontale. Impugnando la fotocamera dovremo cercare la corretta inclinazione, orientandola sui tre piani dello spazio. Se la fotocamera pende (a destra o sinistra) compieremo il classico errore di inclinazione della foto peraltro facilmente risolvibile con la funzione ruota di tutti i software di ritocco; se invece ci incliniamo verso il basso o verso l’alto otterremo una deformazione prospettica decisamente più difficile da correggere via software.
La messa a fuoco
Contemporaneamente alla composizione dell’inquadratura l’operazione di messa a fuoco è sicuramente una delle più difficili e importanti da compiere per ottenere immagini nitide. La fase di messa a fuoco, tecnicamente, corrisponde alla regolazione della distanza tra la lente dell’obbiettivo (gruppo di lenti) e il sensore digitale, al fine di proiettare su quest’ultimo un’immagine nitida del campo inquadrato. Chi fotografa da molti anni ricorderà sicuramente le difficoltà del fuoco manuale; le moderne fotocamere sono dotate di autofocus e la semplice pressione della precorsa di scatto determina l’azionamento del meccanismo e l’immediata messa a fuoco dell’inquadratura. L’illuminatore ausiliario incorporato consente al sistema autofocus di operare anche in situazioni di scarsa luminosità, nelle quali l’operazione in manuale sarebbe davvero difficoltosa. Grazie a questi sofisticati meccanismi, la regolazione della messa a fuoco non è più un problema e nella maggior parte delle situazioni è sufficiente lasciare inserito l’automatismo per ottenere foto sempre a fuoco e perfettamente nitide. In alcuni casi, tuttavia, è necessario disattivarlo e operare in manuale poiché le condizioni di ripresa sono così particolari da rendere il dispositivo poco affidabile o del tutto inefficace. Una condizione tipica è rappresentata proprio dalla macrofotografia. Per meglio capire il problema della difficoltà di messa a fuoco, soprattutto in macro, dobbiamo analizzare un po’ più a fondo il concetto e introdurre un altro parametro di grande rilevanza: la profondità di campo. In teoria il punto di messa a fuoco corrisponde a un piano perpendicolare all’asse di ripresa che risulta a fuoco e quindi perfettamente nitido; tutti gli oggetti che si trovano davanti o dietro a quel piano, cioè più vicini o più lontani dalla fotocamera, risultano progressivamente sempre più sfocati. Ciononostante nella maggior parte delle foto le zone nitide sono estese su differenti piani dell’immagine stessa. Si tratta della profondità di campo, che identifica lo spazio davanti e dietro al piano di messa a fuoco entro il quale tutti gli oggetti risultano comunque nitidi, anche se posizionati al di fuori del piano stesso. L’estensione della profondità di campo varia in funzione di alcuni parametri: distanza del soggetto, lunghezza focale dell’obbiettivo e diaframma. Quest’ultimo elemento gioca un ruolo determinante poiché, oltre a regolare la quantità di luce che attraversa l’obbiettivo, agisce sull’estensione delle aree a fuoco. Il diaframma è un dispositivo costituito da lamelle metalliche, posizionato all’interno dell’obbiettivo, che si comporta esattamente come l’iride dell’occhio: la sua apertura regola la quantità di luce che lo attraversa. I valori sono definiti stop e vengono identificati da un numero: bassi valori (f2,8 - f4) corrispondono a grandi aperture del diaframma e quindi elevata quantità di luce che attraversa l’obbiettivo, e viceversa. In fotografia odontoiatrica si lavora con focali macro di circa 100 mm e distanze di ripresa molto ravvicinate; condizioni critiche in cui la profondità di campo è sempre molto ridotta (pochi mm) e pertanto è necessario utilizzare diaframmi chiusi (f28 - f32 e più) per massimizzarla. Con valori di aperture così piccole la quantità di luce che attraversa l’obbiettivo è talmente ridotta che solamente il flash è in grado di fornire un’adeguata illuminazione per ottenere esposizioni corrette. Per fare un esempio, nel caso dell’inquadratura standard del sorriso frontale con apribocca, utilizzando un obbiettivo macro 105 mm a una distanza che consente un campo comprendente l’intera bocca, per ottenere immagini nitide dai centrali ai molari sarà necessario un diaframma 32 o maggiore, così da mettere a fuoco in corrispondenza dei canini. In questo modo il punto di fuoco è sul piano frontale tangente ai canini, ma la profondità di campo si estende per circa 1/3 in avanti (e consente di avere a fuoco i centrali) e di circa 2/3 dietro (e consente di avere a fuoco i molari). Con questa esposizione, la foto restituirà un’immagine nitida dai centrali ai molari, utilizzando la massima estensione della profondità di campo. Se, viceversa, esponessimo a valori di diaframma attorno a 5,6-8 (valori comunemente impiegati in fotografie normali) a essere nitidi sarebbero i soli denti sui quali si effettua la reale messa a fuoco. Per questo motivo anche l’esposizione, oltre alla messa a fuoco, dovrà essere impostata in manuale.
Il bilanciamento del bianco
Per ottenere un’immagine correttamente esposta è necessario che la quantità di luce che attraversa l’obbiettivo e colpisce il sensore sia adeguata. Per bilanciare questo valore è necessario regolare il tempo di scatto dell’otturatore e l’apertura del diaframma. È intuitivo che un tempo di scatto di un secondo farà passare una quantità di luce doppia rispetto a uno scatto di mezzo secondo. Anche i tempi di esposizione, come i diaframmi, raddoppiano o dimezzano la quantità di luce che colpisce il sensore, passando da un valore al successivo. Ipotizzando una corretta esposizione (normoesposizione) come il rapporto tempo-diaframma, potremo mantenere costante questo valore aumentando il tempo e diminuendo il diaframma di un valore per entrambi. In pratica, se l’esposizione corretta si ottiene con tempo 1/125 e diaframma f11, lo stesso valore sarà dato dal binomio 1/60 e f16 oppure 1/250 e f8. Come per l’autofocus, le fotocamere moderne sono dotate di automatismi di esposizione, potendo regolare autonomamente l’accoppiamento tempo-diaframma. Sulla ghiera delle regolazioni troviamo generalmente almeno quattro impostazioni: P (program) è l’impostazione full-automatic, in cui la camera regola tutto in autonomia; M (manuale) consente all’utente l’impo­stazione del tempo e del diaframma, guidato dall’esposimetro; S (scatto) consente l’impostazione del tempo mentre la fotocamera regola di conseguenza il diaframma; A (apertura) in cui l’utente imposta il diaframma e la fotocamera regola autonomamente il tempo di esposizione. Questa è l’impostazione che dovremo utilizzare per poter imporre alla fotocamera un diaframma molto chiuso e massimizzare la profondità di campo. La fotocamera gestisce il tempo e inoltre regola la durata del lampo flash per ottenere una normoesposizione. Un ulteriore problema, molto sentito in fotografia digitale, è quello del bilanciamento del bianco, regolazione che influenza la temperatura del colore e quindi la resa cromatica dell’immagine. Fastidiose dominanti di colore possono essere evitate con un’accurata regolazione del bianco. La fotocamera prevede dei settaggi di default in funzione della luce utilizzata per esporre, naturale o artificiale (neon, incandescenza, flash). Anche in questo caso a volte è necessaria una taratura ad hoc effettuando la lettura del bianco con il tipo di luce che si sta impiegando. La fotocamera prevede la possibilità di riprendere un bianco test (per esempio un foglio da disegno bianco) e quindi bilanciarsi autonomamente sul bianco ripreso.

GdO 2010;9

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