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10 Dicembre 2010

Dall’Africa a Brescia

di Cosma Capobianco


Sono sempre più numerosi i dentisti italiani che operano volontariamente in Paesi del Terzo mondo e alcuni di loro sono stati ospiti di questa rubrica. Oggi tocca a Paola Paiola che ha seguito un percorso singolare, iniziando come volontaria in Africa, per poi tornare in Italia, ripartendo con una nuova iniziativa di solidarietà.

Dottoressa Paiola, cominciamo da Smile Mission e dalla Tanzania...
Il mio impegno con Smile Mission è nato dal desiderio di mettere la mia professionalità a disposizione di nuove forme di sviluppo, dalla curiosità di entrare in contatto con mondi lontani e di curare chi non ne avrebbe avuto mai la possibilità.
Sono sempre più numerosi i dentisti italiani che operano volontariamente in paesi del Terzo mondo e alcuni di loro sono stati ospiti di questa rubrica. Oggi tocca a Paola Paiola che ha seguito un percorso singolare, iniziando come volontaria in Africa per poi ritornare in Italia, ripartendo con una nuova iniziativa di solidarietà.
Ho letto che cercate di rendere autonome le popolazioni locali anche in ambito sanitario…
Sì, perché gli interventi di puro assistenzialismo sono destinati a perdersi senza lasciare traccia e talvolta inducono la popolazione locale a un atteggiamento di apatia. Con il tempo abbiamo capito che l’autonomia è fondamentale. Se da un certo punto di vista l’autonomia economica di un progetto sanitario è utopica, dal punto di vista delle risorse umane crediamo sia un traguardo importante. Stiamo cercando di creare centri di salute orale e di formare personale locale. Così abbiamo fatto in Congo, dove abbiamo creato un centro di formazione odontoiatrico e odontotecnico. Gli allievi possono imparare le attività di base di cura e costruzione di protesi mobili. A Lukanga, sette anni fa, abbiamo realizzato un centro (che ora si mantiene con operatori locali), affiancandoci ai missionari locali e ai comitati della popolazione, che ci hanno dato tutto l’appoggio necessario. Nel corso di diverse missioni abbiamo organizzato un corso triennale formando e diplomando il personale del posto il quale, una volta impratichitosi, ha preso a insegnare sotto la nostra supervisione. L’ispettore della sanità congolese ha riconosciuto e dato valore legale al nostro diploma. Oggi lo studio e il laboratorio sono gli unici nel raggio di moltissimi chilometri e forniscono un servizio stabile e continuativo alla popolazione. Spesso vi si recano anche persone più abbienti, in grado di pagare le cure; ma chi non può, viene assistito gratuitamente o con un listino adeguato. In ogni caso lo studio è sempre presidiato da professionisti del luogo, che hanno raggiunto capacità e abilità sufficienti. I nostri volontari svolgono ormai solo funzioni di supervisione e di aggiornamento.
Dal Terzo Mondo di fuori al nostro Terzo Mondo: come è nato l’ambulatorio di Brescia?
È successo dopo aver terminato il master presso l’univesità di Torino in “Sviluppo della salute orale nei Paesi in via di sviluppo e nelle comunità svantaggiate”. La cooperativa “La Rete di Brescia” promuove servizi e attività sanitarie per sostenere le persone in difficoltà. Oggi la cooperativa opera con persone svantaggiate ed emarginate, anche straniere, malati psichiatrici, ex-detenuti e chi, per ragioni diverse, si trova ad affrontare da solo molti problemi. Cerchiamo di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. In questi ultimi anni la realtà è mutata in modo significativo: oggi curiamo anche persone che fino al giorno prima avevano un lavoro o che lo hanno ancora ma faticano ad arrivare a fine mese. Per loro l’unica possibilità è l’aiuto pubblico, che molto spesso non soddisfa le richieste.Ci siamo interrogati se non fosse possibile provare a rispondere ad alcuni bisogni di tipo sanitario, in particolare ci siamo concentrati su quello odontoiatrico e quello psicologioco/psicoterapeutico.
La formula della cooperazione sociale si è dimostrata vincente nella gestione di molti servizi sociali, educativi e assistenziali e può esserlo pure in campo sanitario, offrendo servizi di qualità attraverso una forma imprenditoriale completamente diversa dal pubblico e dal privato. Ho così deciso di essere il direttore sanitario dell’ambulatorio dentistico e di lavorarvi quasi a tempo pieno per offrire le nostre cure a tutti i cittadini con un riguardo particolare alle fasce deboli e disagiate.
Che cosa farebbe per migliorare l’assistenza dentistica ai nostri concittadini meno abbienti?
Il problema dell’accessibilità alle cure odontoiatriche è molto vasto ed è anche una questione di giustizia. La disponibilità economica non deve essere un deterrente per le cure sanitarie, così come per l’istruzione. Accanto alla cooperazione sociale, proposta al momento più realistica, la soluzione più immediata sarebbe quella di potenziare le strutture pubbliche e di convenzionare le strutture private, tenendole sotto controllo scrupoloso per evitare che chi è in stato di indigenza debba ricorrere a cure di “serie B”. Purtroppo, questa proposta è utopica, visto lo stato in cui versa il nostro sistema sanitario, ma può essere uno spunto di riflessione, almeno per quanto riguarda le cure e la riabilitazione protesica di base, mentre tutto quello che concerne l’estetica più ricercata potrebbe essere demandato al privato. Credo anche che sia importante una “rivoluzione” concettuale di tanti odontoiatri che nel tempo hanno perso la parte più medica della professione: partendo dalle proprie conoscenze professionali e tecnologiche riuscire a vedere di nuovo al di là del dente e praticare un’odontoiatria basata sul paziente.

GdO 2010;12

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