05 Ottobre 2016

Quelli che si aggiornano

Editoriale

Giovanni Lodi

Che l'aggiornamento sia una necessità culturale e un dovere nei confronti dei nostri pazienti, oltre che un obbligo prescritto dalla legge e dal codice deontologico, credo sia assodato e fuori discussione.

Almeno per i lettori di Dental Cadmos. Meno scontato è quanto e come aggiornarsi.

Mi sono laureato in Odontoiatria alla Statale di Milano nel luglio 1991. A distanza di 25 anni, niente (o quasi) di quello che mi è stato insegnato è ancora valido e se nel 2016 esercitassi l'odontoiatria basandomi sulle conoscenze che un quarto di secolo fa erano lo stato dell'arte, sarei un clinico da cui tenersi a debita distanza. Allora gli impianti erano considerati materia per aspiranti stregoni, conservativa significava amalgama più preparazioni molto estese, l'endodonzia prevedeva esclusivamente strumenti manuali e gli ingranditori erano arnesi da orologiai. Di trial randomizzati non parlava nessuno. Per chi si laurea nel 2016, non sarà necessario attendere 25 anni. La velocità con cui la medicina accumula sapere continua a crescere e secondo Peter Densen, medico e docente dell'Iowa, il tempo perché le conoscenze mediche raddoppino era di 50 anni nel 1950, 7 anni nel 1980, 3 anni e mezzo nel 2010 e nel 2020 sarà di 73 giorni.

Se, come è possibile, questa impressionante progressione anche solo si avvicinasse al vero, allora le modalità di aggiornamento sono destinate a modificarsi profondamente, e con esse l'esercizio delle professioni mediche. Perché non sarà sufficiente PubMed per filtrare una simile valanga di nuove conoscenze e applicare quelle veramente rilevanti alla pratica clinica.

Pare che qualche settimana fa un'intelligenza artificiale capace di elaborare l'equivalente di un milione di libri al secondo, di nome Watson, abbia diagnosticato in pochi minuti una rara forma di leucemia. Ai medici sarebbero servite alcune settimane. Forse un pezzo di futuro è già qua. Poi discuti di un paziente con un collega, il quale risponde alle tue perplessità con un'espressione innocente e un disarmante "l'ho letto su Facebook".

Buona lettura

Prof. Giovanni Lodi, Direttore Scientifico Dental Cadmos

doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.08.2016.01



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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