03 Giugno 2019

Avanti c’è posto

Editoriale

Giovanni Lodi

Sono due le condizioni in cui sei libero di fare quello che vuoi quando vuoi” mi dice soddisfatto l’amico Bruce Baum, scienziato americano da poco ritiratosi dal suo lavoro al National Institutes of Health “una è la ricchezza, quella vera, l’altra è la pensione”.

Tanti auguri allora a Bruce e ai molti, moltissimi medici e odontoiatri che a breve si godranno il meritato riposo. Secondo le proiezioni dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, saranno 56 mila nei prossimi 15 anni.

Per me e per quelli della mia età non è una buona notizia: quando ne avremo bisogno, speriamo non prima di una ventina d’anni, dovremo contare su una sanità pubblica depauperata. Sì, perché secondo le previsioni solo il 75% dei colleghi che oggi lavorano nel Sistema Sanitario Nazionale verranno rimpiazzati. Problemi di programmazione e di budget.

A meno che, come scrive il futurologo Y.N. Harari nel suo “21 lezioni per il XXI secolo”, un saggio rassicurante quanto un romanzo di Philip K. Dick, per allora sarà un’intelligenza artificiale a prendersi cura della salute dell’umanità intera, attraverso uno smartphone o la sua evoluzione.

Mi pare invece una buona notizia per i giovani odontoiatri. Perché se nel 2016 quasi il 52% del personale medico aveva oltre 55 anni, è prevedibile che anche il numero di dentisti pronti ad appendere la turbina al chiodo sia piuttosto cospicuo. E dal momento che l’assistenza odontoiatrica è sostanzialmente privata, le possibilità occupazionali non dipenderanno dalle leggi di bilancio, ma dalle competenze e dall’iniziativa dei colleghi che hanno iniziato a lavorare da poco o che lo faranno nei prossimi anni.

Anche perché pare che agli odontoiatri non toccherà competere con le macchine. Secondo i ricercatori di Oxford che hanno pubblicato qualche anno fa il citatissimo “The future of employment”, la nostra è tra le professioni meno a rischio di essere sostitute da un computer, piazzandosi al diciannovesimo posto su oltre 700 in ordine crescente di rischio. La competizione sarà piuttosto con i professionisti del resto dell’Europa.

La sfida è allora soprattutto per l’università italiana, che deve prepararsi a formare professionisti in numero sufficiente e con competenze adeguate all’odontoiatria dei prossimi 50 anni. Speriamo.

Buona lettura.

Prof. Giovanni Lodi, Direttore Scientifico di Dental Cadmos

doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.06.2019.01

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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