02 Aprile 2020

Lavorare ai tempi del COVID-19

Intervista a... Stefano Petti

Carla De Meo

30 gennaio 2020: l’Organizzazione mon­diale della sanità dichiara “l’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazio­nale” per il nuovo coronavirus SARS-CoV-2. A quella data i contagiati erano 7834 (il 99% in Cina) e 170 i morti. La de­cisione arriva dopo i primi casi di trasmis­sione del virus fuori dal paese. Dal 2005 è la sesta volta che l’Oms assume questo indirizzo dopo l’influenza suina (2009), la poliomielite (2014), l’ebola (2014 e 2019) e lo zika (2015).

In seguito, l’11 marzo, con oltre 100.000 casi di infezione nel mondo e 4000 decessi, l’OMS ha dichiarato che l’infezione da SARS-CoV-2 è una pande­mia. Un’emergenza ancora in corso che accende tuttavia i riflettori su un universo parallelo di infezioni che incontriamo nel quotidiano e verso le quali dovremmo al­zare maggiormente l’asticella dell’atten­zione e della prevenzione.

Abbiamo ap­profondito l’argomento con Stefano Petti, professore ordinario al Dipartimento di sanitàpubblica e malattie infettive, Labo­ratorio odontoiatria dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Professore, perché si occupa di COVID-19?
È nato tutto da una necessità: risponde­re alle domande dei colleghi nelle prime settimane dell’emergenza. Per la mia “doppia anima” professionale, docente al Dipartimento di malattie infettive e sa­lute pubblica “La Sapienza” e odontoia­tra, mi chiedevano indirizzi di comporta­mento, best practices da attuare nel la­voro, in studio o nelle Asl.

Ho così steso un elenco di regole generali. In passato, tra il 2016 e il 2017, ero stato membro del Gruppo di lavoro del Ministe­ro della salute per la revisione delle Linee Guida per il controllo della legionellosi in odontoiatria. Nonostante il documento ri­lasciato nel 2015 fosse già abbastanza stringente per i dentisti, volevano inasprir­lo ulteriormente e mi sono opposto.

Lei ha una posizione “controcorrente” sul coronavirus: il clima di emergenza sarebbe sproporzionato…
Le mie considerazioni poggiano sui nu­meri. Per un epidemiologo trovarsi di fronte a una situazione anomala significa che è in corso qualcosa che sconvolge le normali statistiche. In un singolo paese o nel mondo.

Perché un’epidemia deve provocare un cambiamento sul normale andamento dell’incidenza e della mortali­tà di una malattia.

Non sta avvenendo questo con il coronavirus?
Assolutamente no. È un’infezione che al 17 marzo ha fatto registrare 180.000 casi di infezione e 7400 decessi in tutto il mon­do. Se approfondiamo le statistiche della Cina, scopriamo però che le infezioni re­spiratorie profonde, polmoniti e bronco­polmoniti, rappresentano l’ottava causa di morte nel paese.

L’incidenza è stimata tra il 5 e l’11 per mille, ogni anno. Vuol dire che in un paese di 1 miliardo 400 milioni di persone si registrano ogni anno 14 mi­lioni di infezioni respiratorie e muoiono 200 mila persone. Quindi, il vero proble­ma è la trasmissione dell’infezione.

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doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.04.2020.02

   



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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