01 Novembre 2020

Trattamento non chirurgico di una perimplantite indotta da cemento. Caso clinico con follow-up a 3 anni

Caso clinico

Sergio Santangelo, Salvatore Torrisi, Paolo Torrisi

Obiettivi  La perimplantite rappresenta una nuova sfida per l’odontoiatra in quanto il suo trattamento e la sua gestione sono controverse e non esiste un protocollo standard. Inoltre, da recenti meta-analisi della letteratura la prevalenza sembrerebbe essere una proble­matica abbastanza comune.

Le patologie perimplantari consi­stono in un processo infiammato­rio che colpisce i tessuti molli e duri che circondano gli impianti. Negli ultimi anni le complicanze biologiche causate da resti di ce­mento non rilevati stanno riceven­do una notevole attenzione. L’esito di complicanze biologiche dovute all’eccesso di cemento può varia­re dall’infiammazione temporanea dei tessuti molli perimplantari senza gravi conseguenze esteti­che e funzionali, fino alla perdita dell’impianto.

L’obiettivo di questo lavoro è di descrivere e mostrare i risultati clinici e radiografici, in parte ina­spettati e decisamente positivi, ot­tenuti da un approccio non chirur­gico di un caso di perimplantite verosimilmente innescata dalla presenza di cemento in eccesso.

Materiali e metodi  Si riporta un caso clinico di una paziente di anni 62 non fumatrice con una buona condizione di salu­te sistemica e con assenza di pro­blematiche parodontali che si è presentata alla nostra osservazio­ne lamentando dolore attorno alla gengiva in prossimità dell’impian­to in sede 4.6 da due mesi circa.

Dopo un corretto approccio dia­gnostico clinico e radiografico si è deciso, di comune accordo con la paziente, di utilizzare una terapia non chirurgica combinata asso­ciando una terapia meccanica per il debridement implantare con uti­lizzo dell’air-polishing therapy con polvere a bassa abrasività a base di eritritolo e inserti ultrasonici specifici rivestiti in PEC a una te­rapia chimica con l’utilizzo della doxiciclina topica al 14% e di ri­valutare il caso a distanza di 3 mesi per eventuale chirurgia rige­nerativa.

Risultati e conclusioni  I risultati clinici includono profon­dità di sondaggio (PD) e sanguina­mento al sondaggio (BOP). Le ra­diografie mostrano la perdita os­sea attorno all’impianto a forma di cratere a T-0. Dopo un periodo di guarigione si è verificata una ridu­zione significativa della PD e as­senza di BOP.

Inoltre, le radiografie eseguite successivamente mo­strano una remineralizzazione os­sea attorno alle spire dell’impianto e risultati stabili durante tre anni senza dover ricorrere ad alcuna chirurgia rigenerativa.

Significato clinico  La corretta diagnosi, la rimozione del manufatto protesico che ci ha garantito un miglior accesso al di­fetto, la corretta rimozione del fat­tore eziologico e la compliance del paziente sono la chiave del succes­so nella patologia perimplantare; nello specifico, hanno permesso non solo di arginare questo pro­cesso flogistico che, se non oppor­tunamente trattato avrebbe potu­to esitare nella perdita di un im­pianto perfettamente osteointegra­to, ma anche di ottenere un pro­cesso di guarigione ottimale che si è mantenuto per 36 mesi.

Alla luce di quanto accaduto in questo caso, il trattamento non chirurgico della perimplantite, in determinate condizioni e secondo alcuni protocolli, potrebbe portare non solo all’assenza di infiamma­zione e alla riduzione della profon­dità di sondaggio, ma anche alla remineralizzazione attorno al sito dell’impianto?

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doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.09.2020.07




 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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