31 Gennaio 2021

Un’odontoiatria più medica e meno tecnicistica

Intervista all'autore

Lorena Origo

Antonio Barone, Fortunato AlfonsiAntonio Barone, Fortunato Alfonsi

Un lavoro multidisciplinare che consente concretamente di “centrare” l’obiettivo sul paziente con uno sguardo alle patologie più comuni, ai nuovi farmaci e ai quadri clinici che interessano maggiormente la professione.

 “L’odontoiatria è medicina” è l’in­cipit della Pre­sentazione che il professor Testori ha scritto per il volume Odontoiatria e patologie sistemiche che Antonio Ba­rone, Fortunato Alfonsi e Angelo Raffa­ele hanno realizzato facendosi affian­care da una “squadra” d’eccellenza… docenti universitari, ricercatori, espo­nenti di società scientifiche, medici chirurghi ospedalieri, specialisti in libe­ra professione medica, anestesisti e giovani odontoiatri di tutta Italia mossi da un’idea comune: mettere la cono­scenza e il sapere alla base di ogni atto medico. Con due degli autori – Antonio Barone e Fortunato Alfonsi – abbiamo approfondito i contenuti del lavoro.

“Il libro nasce sostanzialmente da una considerazione” racconta il professor Barone. “I dati statistici ed epidemiolo­gici della popolazione mondiale regi­strano un invecchiamento della popo­lazione; cresce costantemente il nume­ro di persone di età superiore ai 65 an­ni, individuata come l’età di invecchia­mento, che convivono con diverse pa­tologie sistemiche.

La medicina ha portato a grandi pro­gressi nella nostra società dal punto di vista della qualità della vita e della sa­lute in generale e moltissime patologie croniche che prima si ritenevano non controllabili e non trattabili oggi sono gestibili e consentono ai pazienti una buona qualità di vita. Pertanto, nella nostra pratica clinica quotidiana sem­pre più frequentemente ci troviamo, e ci troveremo ancora di più in futuro, sulle poltrone pazienti con plurimorbi­dità e trattati con più farmaci.

Conseguentemente, risulta oggi impre­scindibile conoscere approfondita­mente la storia clinica di ogni paziente ripartendo da una seria e approfondita anamnesi – pratica oggi spesso ridotta a una serie di domande lasciate nelle mani del paziente – che deve essere seguita direttamente dall’odontoiatra che deve raccogliere la storia medica passata e presente focalizzandosi sui farmaci assunti che potrebbero interfe­rire con le terapie odontoiatriche pro­grammate o modificare i presupposti clinici necessari per il successo del trattamento… oltre ovviamente a rile­vare ansie e aspettative dei pazienti.”

“La nostra professione ha vissuto so­prattutto negli anni Novanta e nei primi anni Duemila una grande spinta verso le tecniche rigenerative e l’implantolo­gia; successivamente ci si è focalizzati tantissimo sull’estetica fino ad arrivare alla grandezza e alla bellezza del digi­tale” ci racconta Fortunato Alfonsi. “Tutto questo però ha portato a dimen­ticare una fase fondamentale: la fase paziente, perché l’odontoiatria non si fa su file o modelli ma su delle persone. Uno dei settori dove questa discrepan­za ha avuto grande impatto è l’implan­tologia. Tempo addietro trovandomi di fronte a un caso di insuccesso implan­tare avrei ricercato la causa nell’inca­pacità del chirurgo, nella protesi mal realizzata, nella malattia parodontale, oggi invece aggiungo un cofattore: la salute generale del paziente che non deve mai venire trascurata nell’ottica di qualsiasi tipo di riabilitazione che sia implantare o chirurgica o di qualunque genere. Non dimentichiamo, infatti, che primum movens della nostra pro­fessione è la salute generale del paziente.

Oggi dobbiamo pensare alla cosiddetta medicina delle 4 P: predittiva, preventi­va, partecipativa e personalizzata.”

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doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.02.2021.12




 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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