01 Giugno 2021

Endodonzia rigenerativa: caso clinico con controllo a 9 anni

Rubrica AIE

Giovanni Marzari

I traumi dentali hanno un’incidenza media del 20% sulla popolazione tra i 6 e i 15 an­ni, quindi non sono affrontati quotidiana­mente dagli odontoiatri; tuttavia è richie­sta una preparazione specifica vista la tempestività del trattamento e la difficoltà nello stilare una prognosi a lungo termine. Questo, a maggior ragione, su denti per­manenti che rappresentano il 58,6% de­gli elementi traumatizzati e dove possono verificarsi complicanze quali la necrosi pulpare e la parodontite periapicale dal 3% al 53% dei casi.

Se le complicanze appaiono prima della completa formazione dell’apice radicolare, il trattamento endodontico pone difficoltà anatomiche specifiche per il clinico.

Infatti, a causa delle pareti dentinali sottili, fragili e dell’anatomia apicale inversa le ade­guate preparazioni e le otturazioni della por­zione apicale di questi elementi sono difficili da ottenere con tecniche tradizionali. Va inoltre considerata la scarsità di alter­native terapeutiche in quanto l’età dei pa­zienti è una controindicazione assoluta alla sostituzione implantare e protesica.

Classicamente questa condizione viene risolta per mezzo di applicazioni a lungo termine di idrossido di calcio che stimo­lano la formazione di una barriera apicale su cui adattare l’otturazione endodontica con guttapercha e cemento.

L’apecificazione è una procedura che of­fre alte possibilità di successo; tuttavia si accompagna ad aspetti negativi quali le numerose sedute e l’aumentata inciden­za di frattura cervicale dovuta alla prolun­gata applicazione di idrossido di calcio e alle sottili pareti radicolari.

La più recente tecnica della barriera artifi­ciale attraverso l’otturazione del canale ra­dicolare con MTA ha superato alcuni svan­taggi riducendo il numero di sedute e il tempo di applicazione dell’idrossido di cal­cio mantenendo il successo terapeutico; d’altro canto non ha modificato la progno­si di questi elementi legata alla possibilità di frattura del terzo cervicale della radice.

Nel 2004 Banchs e Trope danno inizio a un nuovo capitolo nella gestione dei denti ne­crotici ad apice immaturo pubblicando un case report in cui descrivono la procedura che definiscono “rivascolarizzazione”.

La procedura descritta prevede 2 sedute a distanza di 3-4 settimane: nella prima viene effettuata la detersione del canale radicolare con ipoclorito di sodio al 5,25% e l’applicazione, dopo l’asciugatu­ra, di una pasta tri-antibiotica; la seconda seduta, invece, dopo la rimozione della pasta antibiotica prevede la stimolazione del sanguinamento dai tessuti periapicali in modo da riempire il canale con un coa­gulo stabile fino a circa 3 mm dalla giun­zione amelo-cementizia. Sul coagulo vie­ne adattata una barriera di biomateriale (MTA) e l’accesso sigillato in una terza se­duta con un restauro adesivo.

L’importante innovazione legata a questa procedura è stata l’osservazione di un aumento delle dimensioni radicolari du­rante le fasi di guarigione.

Dalla pubblicazione di questo lavoro molti ricercatori e clinici si sono dedicati all’ap­profondimento dei meccanismi e delle tecniche terapeutiche. In modo particola­re, l’autore si è concentrato su procedure che permettessero di eliminare le forti di­scromie derivate dall’applicazione della pasta tri-antibiotica e sulla comprensione di quali tessuti permettessero l’aumento di spessore e di lunghezza radicolare.

Diversi protocolli terapeutici si sono sus­seguiti, includendo l’utilizzo di mix anti­biotici differenti o l’idrossido di calcio co­me medicazione intermedia e l’utilizzo di matrici in collagene al fine di stabilizzare il coagulo durante la seconda seduta.

Dal punto di vista istologico, il tessuto all’interno del canale radicolare è un tes­suto di riparazione formato da connettivo lasso, tessuto simil parodontale e simil osseo; inoltre, le sezioni istologiche mo­strano come l’aumentata lunghezza radi­colare sia dovuta ad apposizione di ce­mento radicolare.

Lo scopo di questo caso clinico è valuta­re clinicamente nel lungo termine l’evolu­zione di tale trattamento.

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doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.06.2021.11




 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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