27 Febbraio 2015

Luci e ombre del Corso di Laurea in Odontoiatria visto dai laureandi


Luci e ombre del corso di laurea, visto da due futuri odontoiatri della nuova generazione: due laureandi dell'Università degli Studi di Milano che per primi conseguiranno la laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria secondo il nuovo ordinamento esaennale. Giorgia Mariani e Dario Macrì, entrambi in tesi presso il reparto di Medicina e Patologia Orale del polo di via Beldiletto, ci raccontano le loro impressioni.
Questa l'intervista pubblicata sul numero di Febbraio di Dental Cadmos

Come vi sono sembrati sei anni di studi? Troppi o adeguati alla vostra professione?

Giorgia. L'aver superato il test di ammissione, al secondo tentativo, inizialmente mi ha distolta dal pensiero del fatidico sesto anno. Ora che lo sto vivendo in prima persona e che il traguardo della laurea si avvicina, a volte in me e nei miei compagni di corso emerge il pensiero "avrei già potuto essere laureata/o". Credo però sia positivo avere la possibilità di affinare per un altro anno le capacità cliniche acquisite nei cinque anni "standard" prima del salto nel mondo del lavoro, soprattutto se lo si affronta con impegno e voglia di mettersi in gioco.

Dario. L'aggiunta di un anno di studi al corso di laurea è una buona occasione per formare al meglio i futuri odontoiatri. I nostri responsabili hanno organizzato alcuni reparti clinici dedicati agli studenti del sesto anno, durante il quale abbiamo la possibilità di migliorare la nostra preparazione in settori specifici della professione (come l'odontoiatria conservativa, l'endodonzia, la parodontologia). Questo permette di avere nuovi stimoli, tenere alto l'entusiasmo e, soprattutto, acquisire migliori capacità manuali.

Come giudicate il livello qualitativo dei corsi in generale?

Giorgia. Ho apprezzato in particolare quelli del quarto-quinto anno, in quanto teorico pratici e strettamente riferiti alla realtà clinica quotidiana. Oltre alle esercitazioni su manichini, alcuni comprendevano varie lezioni di approfondimento tenute da esperti provenienti dalle principali università italiane. In generale il livello dei corsi è molto alto, soprattutto per quest'attenzione a dare un'impronta teorico-pratica che porta a ragionare su problematiche cliniche reali. La possibilità di aprirsi al confronto con docenti di altre università o semplicemente con professionisti invitati a esporre la propria esperienza e condividerla con i più giovani è un grande valore aggiunto.

Dario. Il livello qualitativo dei corsi è piuttosto eterogeneo: dall'ottimo al mediocre. I corsi più specialistici sono ben strutturati e, nella maggior parte dei casi, tenuti da docenti e loro collaboratori che risultano essere i primi appassionati della materia che insegnano. In questi casi andare a lezione diventa un piacere; ci si sente fortunati ad avere la possibilità di condividere del tempo con persone che con sacrificio e dedizione hanno acquisito tanta conoscenza. Purtroppo a volte abbiamo dovuto frequentare lezioni di livello inadeguato al corso di laurea.

Cambiereste qualcosa nei programmi? A cosa dareste maggiore spazio e cosa vorreste ridurre o eliminare e perché?

Giorgia. Avrei forse preferito che alcuni corsi su argomenti quali psicologia, pedagogia, psichiatria fossero stati accorpati in un unico corso integrato al primo o secondo anno e che avessero avuto un'impronta più clinica, che ci preparasse ad affrontare l'approccio con il paziente odontoiatrico mediante una trattazione più "pratica" e meno tecnica e nozionistica.
Sarebbe anche utile che alcuni corsi clinici anticipassero le lezioni "introduttive" al termine del terzo anno, prima della suddivisione degli studenti nei diversi poli ospedalieri e quindi dell'ingresso nell'ambito della pratica clinica, per acquisire le nozioni di base. Si potrebbe poi introdurre un registro delle terapie che ogni studente, in relazione al proprio anno di corso, dovrebbe eseguire durante il tirocinio per verificare che ognuno abbia avuto la possibilità di fare determinate esperienze cliniche.

Dario. Uno dei "limiti" dell'attività didattica è la ripetizione di certi argomenti, trattati nello stesso modo e dagli stessi docenti nell'ambito di corsi differenti. Spero che in futuro i programmi dei corsi verranno integrati, per ridurre questa ripetitività. Tuttavia ci sono state anche piacevoli novità: come Giorgia elogio il corso di Protesi del quarto anno, con lezioni strutturate come seminari, ognuno su un argomento specifico, esposto da professori e professionisti "ospiti". Nutro qualche riserva sui corsi che trattano in modo solo trasversale materie di nostro interesse (neurologia e psichiatria, otorinolaringoiatria) e che quindi prevedono un numero molto limitato di ore, fornendo solo un'infarinatura generale.

Vi sentite sufficientemente preparati ad affrontare la professione o temete di andare allo sbaraglio?

Giorgia. Non penso che arrivare all'ultimo anno di università significhi aver appreso tutto ed essere pronti al cento per cento. D'altra parte credo che il segreto della professione che ci stiamo preparando ad affrontare sia la consapevolezza che lo studio e il perfezionamento delle proprie abilità non debbano mai finire. Tuttavia, la grande quantità di ore trascorse in clinica, seguendo medici disposti a dedicare il proprio tempo e la propria esperienza agli studenti, con la possibilità di intervenire in prima persona nelle terapie di numerosi pazienti, mi fa sentire in possesso di una solida preparazione di base che incoraggia ad affrontare con serenità il mondo del lavoro.

Dario. L'esperienza fatta durante l'attività clinica è fondamentale, ci permette di affrontare in un ambiente protetto le situazioni che un domani ci troveremo a vivere da soli. Ogni giorno si impara qualcosa, grazie ai tutor che ci seguono o al semplice confronto con i compagni di corso. L'aggiunta del sesto anno trova la massima giustificazione soprattutto se vista in quest'ottica. Ovviamente bisogna anche avere l'umiltà di riconoscere che ciò che viviamo in università è solo l'inizio del nostro percorso di formazione.

Che cosa consigliereste alle matricole che hanno appena iniziato il vostro percorso?

Giorgia. Innanzitutto (e mi rivolgo direttamente a loro) mantenete sempre vivi la curiosità e l'entusiasmo dei primi giorni di università e approfondite sin da subito ciò che vi colpisce e interessa. Parlate con gli studenti che hanno già affrontato certi ostacoli per avere consigli, ma non fatevi mai intimidire da chi vuole farvi sembrare tutto più difficile: come ce l'hanno fatta loro, potete farcela anche voi! Iniziate a frequentare la clinica appena possibile, prendete confidenza con l'ambiente, non abbiate paura a porre domande, non abbattetevi per un errore, consideratelo una lezione da non dimenticare. I primi due-tre anni saranno dedicati principalmente ai libri e poco alla pratica. L'anno scorso, al termine di una lezione, è stata proiettata una citazione di Leonardo da Vinci: "Quelli che s'innamorano di pratica senza scienza, son come il nocchiere che entra in naviglio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada". Mi ha colpita molto, e forse basterebbe per riassumere i consigli da dare a chi inizia questo viaggio. In bocca al lupo!

Dario. Penso che la cosa più importante sia vivere con passione ed entusiasmo tutto ciò che si fa e quindi anche l'università; ovviamente ci saranno molti ostacoli e difficoltà durante il percorso, ma anche persone disposte ad aiutare e a fornire soluzioni ai problemi. Alle matricole direi che potranno imparare a esercitare una professione molto bella e gratificante, che aver cura di un paziente è un'esperienza che trascende l'ambito lavorativo e arricchisce dal punto di vista umano. Il mio consiglio quindi è quello di impegnarsi e di essere orgogliosi di quello che si sta facendo.


Massimo Del Fabbro per Dental Cadmos

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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