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23 Giugno 2019

AGCM e proprietà delle StP. Le due facce del parere e la questione della tutela della salute del paziente a prescindere dal proprietario

di Norberto Maccagno


Lo spirito dei DiDomenica è quello di portare un parere diverso sui temi che settimana dopo settimana vengono toccati. Un punto di vista volutamente differente da come la potrebbe pensare un dentista e magari di come autorevoli esponenti del settore, sicuramente più preparati ed informati di me, hanno evidenziato approfondendo il fatto o la notizia riportata su Odontoiatria33. Anche perché, io, le questioni le vedo da non dentista, da non direttamente coinvolto nel problema.

L’obiettivo e quindi quello di proporvi la questione da un’altra angolazione, non perché sia quella giusta -un parere non è mai giusto o sbagliato, è una opinione- ma perché può consentirvi di vederla da una prospettiva diversa.  

Con lo stesso spirito vorrei provare ad analizzare la decisione dell’AGCM sulle Società tra Professionisti. 

Come ben chiarito nell’approfondimento pubblicato venerdì da Odontoiatria33, la Legge di Stabilità 2012 indicò che le società tra professionisti sono connotate dall’avere almeno una maggioranza di due terzi di soci professionisti che decidono e sono altresì connotate dal fatto che i soci professionisti devono avere i due terzi del capitale sociale.  Come spesso capita nel nostro Paese, la norma lascia spazio ad interpretazioni, in questo caso non indicando chiaramente se i due requisiti (maggioranza dei due terzi di soci professionisti ed i due terzi del capitale sociale sia in mano ai professionisti) debbono essere rispettati entrambi oppure no.  

L’interpretazione data da "taluni Consigli e/o Federazioni di Ordini professionalidagli Ordini", dice l'AGCM, è stata quella che per constituire una StP e poterla iscrivere nell’apposito registro dell’Ordine, i due requisiti devono essere rispettati entrambi, ben sapendo che quello importante è il limite posto al capitale ad avere la minoranza delle quote societarie, che di fatto garantisce anche la minoranza in Consiglio di Amministrazione e di fatto l’impossibilità ad imporre le decisioni. 

Il parere dell’AGCM, invece, ritiene che per iscrivere una StP all'Ordine ne basta uno dei due, a patto che comunque le decisioni siano prese solo dai professionistiQuindi anche per l’Antitrust il principio della norma da rispettare è che nelle StP le decisioni le devono prendere solo gli iscritti all’Albo, però per l'Autority è indifferente chi ci guadagna, o ci perde, overo chi ha investito la maggioranza del capitale.

Prima di addentrarci nei possibili scenari, credo sia utile ricordare che quello dell’AGCM è comunque un parere. Autority che, però, nello stesso parere speiga o avverte (a seconda di come la si voglia intendere), che chi non lo rispetta potrà subire un procedimento d'infrazione per “limitazioni della concorrenza”, limitando i professionisti al poter costituire una StP.

E la FONOCMeO ha già “assaggiato”, però, quali possono essere le conseguenze dell’apertura di un procedimento di infrazione da parte dell’AGCM. 

Ad oggi non sembrano essere arrivati commenti delle varie Federazioni degli Ordini interessate, sulla posizione dell'Autority, quindi non sappiamo quali indicaizoni daranno date, se saranno date inidcaizoni.

Una conseguenza (positiva) della posizione dell’AGCM, può essere quella che un dentista che non vuole, o non ha un capitale importante da investire per allestire uno studio odontoiatrico che possa competere sul mercato, può trovare un finanziatore che gli consente di aprirlo mantenendo il potere di decidere come fare.

Lo scenario più estremo può essere quello indicato dal dott. Alessandro Terzuolo ad Odontoiatria33: una “holding” proprietaria oggi di un Marchio di studi odontoiatrici può trasformare gli studi di proprietà in StP, offrendo quote di capitale minoritarie ai collaboratori odontoiatri che avrebbero, però, il potere decisionale grazie a particolari regole statutarie previste dal nostro ordinamento e totalmente legali e trasparenti. 

Altro scenario potrebbe vedere la stessa Holding comprare studi di professionisti in attività offrendo denaro o al posto del denaro delle quote societarie, e trasformare lo studio in StP: godendo anche di tutti quei vantaggi (per esempio le regole sulle autorizzazioni sanitarie) concessi a questa forma societaria. 

Il punto di vista (critico) è invece quello che su Odontoiatria33 porta il presidente AIO Fausto Fiorile: “Usiamo il buon senso, che in questi ultimi tempi non mi pare prevalga! Consentire ai soci di capitale di poter entrare nella compagine sociale delle STP con quote superiori al 33% fino a raggiungere anche il 70-80% del capitale sociale, significa snaturare la legge costituiva delle STP. Ma veramente pensiamo che un Socio con il 90% delle quote di una Società sia disponibile a cedere il controllo ad un professionista che detiene il solo 10%?” 

Il concetto espresso da Fiorile, ma è anche lo stesso che ha guidato la battaglia dei sindacati contro il Ddl Concorrenza nel 2017, e che guida ancora oggi le richieste della Professione alla Politica, è che il paziente è garantito solo se la proprietà dello studio è in mano ad un iscritto all’Ordine e non a chi investe

Ma la Politica su questo punto di vista non sembra concordare. 

Nella Legge Concorrenza del 2017 non è voluta entrare nel merito della questione limitandosi ad indicare che l’odontoiatria può essere esercitata anche sotto forma di società di capitale secondo le norme vigenti (se però sono StP o Srl non viene  specificato).

Ora la posizione dell’AGCM consente a molte Srl di proprietà di non odontoiatri, di trasformarsi in StP.  

Inoltre la linea che il legislatore sembra continuare a ribadire è quella di voler garantire che non solo a curare li pazienti deve (ovviamente) essere un iscritto all’Albo, ma che nel caso lo studio sia in mano a società di capitale, è l'iscritto all’Albo (nel caso il direttore sanitario) a dover controllore e garantire che tutto si svolga correttamente in funzione della salute del paziente.

E questo modo di voler gestire l'argomento, lo si trova anche nella recente norma Boldi sulla pubblicità dove, di fatto, il vero responsabile se lo studio propone una informazione non corretta non è tanto la proprietà, ma certamente il direttore sanitario iscritto all’Ordine

E’ assolutamente corretto pensare che un imprenditore che investe il 90% in uno studio odontoiatrico può essere reticente a lasciare che le decisioni vengano prese dagli odontoiatri soci minoritari. Si potrebbe anche arrivare a dire che la proprietà di fatto potrebbe “comprare” le decisioni degli iscritti all’Orine presenti in CdA per fare di fatto cosa vuole. Difficile sostenere che questo non può essere possibile, ma credo che a fronte di questa critica la Politica pensi: ma se un iscritto all’Ordine è disposto ad essere “comprato” per scendere a compromessi, per venire meno al proprio dettato deontologico, andare contro il bene del paziente, chi è che ci garantisce che lo stesso comportamento non lo attui anche se il socio di capitale ha solo il 33% delle quote di capitale o se lavora nel suo studio monoprofessionale? 

Sul tema non esprimo una opinione, ma pongo una domanda: un imprenditore che vuole “guadagnare” investendo in uno studio odontoiatrico, non dovrebbe essere il primo a volere che il paziente sia tutelato al massimo, gli sia garantita una cura efficacie, sia un paziente/cliente soddisfatto?

Se gli obiettivi sono quelli, in CdA il socio di capitale sicuramente sarà disposto ed interessato (al di la di cosa impone la norma) ad ascoltare le volontà dei soci odontoiatri che punteranno ad avere gli strumenti ed i materiali più idonei a curare al meglio il paziente. Ma nulla impedirà all’imprenditore di consigliare i dentisti su come organizzando la struttura dal punto di vista imprenditoriale dando al paziente le stesse garanzie. Poi spetterà ai soci odontoiatri decidere, ma credo che un progetto di business serio, possa essere sia etico che remunerativo, avendo come fine comune quello della salute del paziente che paga per essere curato. 

Credo che anche i sindacati odontoiatrici possano concordare su questo modo di intendere il business, ma nonstante questo è anche legittimo che possano ritenere che, visti anche i casi di cronaca,  i rischi siano comunque alti. Vedremo se riusciranno a convincere la Politica a porre paletti.  

Noi continueremo a raccontare posizioni, iniziative e norme, ed alla Domenica porteremo un punto di vista che  possa fare vedere la questione da un altro lato.   

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