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31 Maggio 2020

La differenza dell’essere professionisti non è il modello organizzativo adottato

di Norberto Maccagno


La disparità di trattamento, in tema di aiuti causa pandemia, tra attività gestite da un iscritto ad un Albo professionale e quella da un cittadino munito di partita iva è evidente e lascia poco margine di commento. A parità di fatturato i primi sono penalizzati rispetto ai secondi in tema di aiuti messi in campo con i Decreti Cura Italia e Rilancio.

Lo ha ben dettagliato in un approfondimento Il Sole 24 Ore: a parità di perdita di fatturato le partite Iva ricevono contributi superiori a quanto ricevuto dai professionisti iscritti all’Albo, professionisti poi esclusi dagli aiuti se superano una certa soglia di fatturato a differenza delle imprese che, invece, ottengono un contributo in base al mancato fatturato.  

Molto si è detto sui motivi di questa disparità di trattamento tra lavoratori autonomi e professionisti.  

Per me la risposta sta nel fatto che per la maggior parte dei provvedimenti, il Governo ha voluto fare da solo senza mai coinvolgere direttamente le parti in causa: associazioni sindacali, degli imprenditori, dei professionisti. Se per il Decreto Cura Italia i tempi dettati dall’emergenza possono essere una scusante, questa non può essere accettata per il Decreto Rilancio la cui gestazione ha impegnato il Governo per un mese e mezzo. E ora dopo le polemiche il Governo sembra intenzionato a porre rimedio alle disparità, vedremo in che termini.

Per autorevoli commentatori, invece, le scelte del Governo derivano da una visione che da sempre una certa politica, ma soprattutto la pubblica amministrazione ed a quanto pare anche i funzionari governativi che scrivono le leggi, ha dell’avvocato, del notaio, del dentista: ovvero professionista uguale privilegiato.  

Si pensava che con l’approvazione del Jobs Act del lavoro autonomo durante il Governo Renzi il vento potesse cambiare, ma a quanto pare così non è stato. Ed infatti cambiando il Governo le deleghe necessarie al Jobs Act automi per diventare pienamente operativo non sono mai arrivate. Per fare un esempio, le competenze che sarebbero dovute passare ai professionisti per sburocratizzare molte pratiche, mancando i decreti sono tornate in mano alla Pubblica Amministrazione.  

Ad avvalorare questo pensiero, visione preconcetta del professionista, nei giorni scorsi sono arrivate le dichiarazioni di Marco Leonardi consigliere del Ministro Gualtieri, e dello stesso Ministro dell’Economica Roberto Gualtieri.  

Il primo, in una intervista al Sole 24 Ore, motivava la scelta di non dare ai professionisti il contributo a fondo perduto sulla base del mancato fatturato, previsto invece per le imprese ma non per i professionisti che beneficiano già dei bonus, per il rischio di "dare soldi ai ricchi avvocati e notai con fatturati milionari".

Il Ministro Gualtieri, intervenendo a Piazza Pulita (La7) rispondendo, peraltro con una battuta senza poter argomentare, alla domanda sulle presunte disparità di aiuti tra autonomi e professionisti, ha detto “i professionisti sono persone, non sono imprese. Per questo motivo prendono l’indennità ma non il contributo a fondo perduto”.  

Se le parole di Leonardi sono ingiustificabili ed appartengono ad una visione populista del professionista come soggetto privilegiato che non merita aiuti, quelle del Ministro Gualtieri possono invece essere spunto per qualche ipotesi e ragionamento. 
L’ipotesi è sulla scelta fatta dal Governo di adottare due pesi e due misure per erogare gli aiuti ai titolari di partita Iva ed ai professionisti. Il ragionamento è sulla motivazione data dal Ministro sulla differenza tra professionista ed impresa, ovvero il primo è “una persona”, un singolo, mentre l’impresa è una entità più complessa della “persona attività”.  

Considerando gli aiuti governativi in quest’ottica, allora forse riusciamo a comprendere, magari non a giustificare, le scelte del Governo in tema di aiuti.  
Per il Ministro Gualtieri il professionista è quindi un prestatore d’opera, mentre l’impresa una attività che implica organizzazione, investimenti etc. Seguendo questa logica, quindi, per il Ministro Gualtieri il professionista (singolo) può produrre un fatturato contenuto rispetto alle imprese. Ed infatti stando alla tabella che completava l’inchiesta de Il Sole 24 Ore, considerando un fatturato di 40 mila euro non ci sono differenze di aiuti tra un dentista ed un autonomo, anzi il dentista -grazie al contributo ENPAM- ha avuto anche più aiuti economici rispetto all’iscritto alla gestione separata INPS. Ma da un fatturato di oltre 60 mila euro le cose si ribaltano.   Sappiamo bene che il mondo delle libere professioni non è solo quello ipotizzato da Gualtieri (il singolo professionista che presta la sua opera), anzi, quella figura professionale sta diventando sempre più marginale rispetto ad un tempo perché da sola, non può più reggere il mercato, la burocrazia, affrontare gli investimenti necessari.  

Ma allora, provocatoriamente, vi chiedo: è la visione del Ministro ad essere ottocentesca oppure, oggi, è il modello dell’esercizio della libera professione che non si adatta più a come uno studio professionale deve essere organizzato e gestito per offrire servizi ai cittadini?  
Nel rispondere vi chiedo di distinguere l’essere professionisti (quini rispettare i valori per cui le professioni ordinistiche sono state fondate: rispetto dell’etica e della deontologia), dall’essere titolari di studio odontoiatrico.  

L’odontoiatra con partita Iva, collaboratore in vari studi è sovrapponibile all’odontoiatra titolare dello studio in cui lavora?

Dal punto di vista fiscale e normativo sono la stessa cosa, ma le esigenze sono le stesse? Il primo, semplificando, avrà più necessità di tutele dal punto vi vista dei pagamenti, del welfare, mentre il secondo di aiuti in termini di accesso al credito, sburocratizzazione della gestione della propria attività, incentivi per i dipendenti, per innovare etc.  

Uno studio odontoiatrico monoprofessionale che fattura 500mila euro all’anno, che se ne fa’ del bonus da 600 euro, lui avrebbe bisogno degli aiuti che sono stati messi in campo per le imprese. Aiuti che non servono invece al collaboratore che fattura 40 mila euro, mentre più utili sono i bonus attivati per gli autonomi (ma non per quelli iscritti alle casse di previdenza private).  

Non può allora avere ragione il Ministro Gualtieri: il professionista è il singolo “prestatore d’opera” mentre lo studio professionale è l’impresa?  Quindi dovrà essere il legislatore a trovare il modo di riuscire ogni volta a distinguere tra singolo professionista e studio professionale, oppure dovrà essere il titolare di studio a decidere se rimanere “fiscalmente” un singolo oppure diventare impresa e trasformassi in StP per godere di tutti i vantaggi fiscali e le tutele date alle imprese?  

Hanno ragione le rappresentanze dei professionisti a ricordare come sempre troppo spesso lo Stato continui a negare il ruolo dei professionisti nell’attività produttiva del Paese (ed anche il loro ruolo sociale), ma credo non sia attuabile un modello normativo/finanziario/fiscale che possa mettere il consulente odontoiatria sullo stesso piano dello studio del singolo professionista con 5 riuniti e più dipendenti e collaboratori.   Credo che spetti al professionista decidere il modello organizzativo da adottare.  

Quello che invece si dovrebbe spiegare al Ministro Gualtieri ed alla Politica, ma anche a molti professionisti, è che la differenza con gli imprenditori non è nel come “svolgere l’attività professionale (società, studio associato o singola partita Iva), ma “l’essere” professionisti ovvero mettere prima del profitto (che deve essere perseguito e non può essere motivo di pregiudizio) l’etica e la deontologia, chiedendo Leggi e norme che consentano di gestire una impresa rispettando questi principi.          

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