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08 Ottobre 2014

Verifiche bancarie. Per la Corte costituzionale non sempre le operazioni non giustificate devono far ipotizzare reddito in "nero"

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Il caso del dentista astigiano denunciato per una presunta evasione di 3,8 milioni di euro ha riportato all'attenzione del settore la questione dei controlli bancari. Infatti, secondo la stampa locale, la presunta evasione è stata scoperta proprio in seguito alle verifiche bancarie sul conto corrente del dentista che, sembra, avesse depositato 1,9 milioni di euro senza poterli giustificare.

Della possibilità per l'Amministrazione finanziaria di accedere ai tabulati dei conti dei contribuenti per effettuare le verifiche è oramai noto (legge finanziaria del 2005) come noto che sia compito del contribuente giustificare ogni singolo movimento (versamenti e prelievi) per evitare che quelli non giustificati vengano "catalogati" come proventi "in nero".

Con la Circolare 25/2014 del 6 agosto scorso l'Agenzia delle Entrate ribadiva questa interpretazione che negli anni ha visto l'avvallo, in caso di contestazione, anche di molti giudici.
Una sentenza in controtendenza è quella della Corte costituzionale (228/2014) pubblicata in questi gironi che indica "costituzionalmente illegittima" la norma sulle indagini finanziarie che prevede una presunzione di maggiori introiti per il professionista o il lavoratore autonomo che non sia in grado di fornire indicazioni sui prelevamenti.

I giudici hanno motivato che, a differenza di quanto avviene per una impresa, l'acquisto di una apparecchiatura in nero non implica una maggior reddito in quanto il lavoro del professionista o del lavoratore autonomo "si caratterizza per la preminenza dell'apporto del lavoro proprio e la marginalità dell'apparato organizzativo". "Tale marginalità -continua la sentenza- assume poi differenti gradazioni a seconda della tipologia di lavoratori autonomi, sino a divenire quasi assenza nei casi in cui è più accentuata la natura intellettuale dell'attività svolta, come per le professioni liberali".

"Si aggiunga - continua la Corte costituzionale- che la non ragionevolezza della presunzione è avvalorata dal fatto che gli eventuali prelevamenti (che peraltro dovrebbero essere anomali rispetto al tenore di vita secondo gli indirizzi dell'Agenzia delle Entrate) vengono ad inserirsi in un sistema di contabilità semplificata di cui generalmente e legittimamente si avvale la categoria; assetto contabile da cui deriva la fisiologica promiscuità delle entrate e delle spese professionali e personali".

"Pertanto -conclude la sentenza- la presunzione è lesiva del principio di ragionevolezza nonché della capacità contributiva, essendo arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell'ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito".

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