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08 Ottobre 2012

Editoriale: Solo

di Giovanni Lodi


L'American Heart Association, in collaborazione con l'American Dental Association, ha licenziato un documento in cui si fa il punto sull'associazione tra malattia parodontale e malattia cardiovascolare, in particolare aterosclerotica (è disponibile nel sito della rivista Circulation: http://www.circ.ahajournals.org).
La notizia merita grande attenzione per più di un motivo.
Innanzitutto per l'argomento, oggetto di fortissimo interesse da parte della comunità scientifica, come dimostrano le circa 2.400 referenze reperibili in PubMed e la nascita di una sottospecialità: la perio-medicine. Poi per il rigore con cui gli autori hanno affrontato la letteratura disponibile, analizzandola in maniera esaustiva, fino a produrre una sintesi di tutto quello che è importante conoscere sull'argomento. Infine, per il prestigio delle due società scientifiche, considerate autorità assolute nei rispettivi campi.

Che cosa ci dice il documento?
Che il rapporto esiste, cioè che un soggetto con malattia parodontale ha un rischio maggiore di malattia cardiovascolare aterosclerotica.
Aggiunge, però, che questo rapporto non è di natura causale, ma si spiega verosimilmente con la presenza di fattori di rischio comuni a entrambe le patologie, più o meno noti.

Conclude affermando che la terapia parodontale non è in grado di prevenire malattie cardiache e ictus, né di modificare la storia clinica della malattia aterosclerotica.
L'anno scorso una revisione sistematica pubblicata dal British Medical Journal aveva dimostrato l'assenza di efficacia del trattamento parodontale nel prevenire complicanze della gravidanza.
Insomma, i trattamenti parodontali sono efficaci "solo" nel prevenire e curare le malattie dei tessuti di supporto del dente.
E guai se a qualcuno sembrasse poco.

Buona lettura.



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