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30 Settembre 2006

Il problema del comunicare

di C. Guastamacchia


Credo si dia un’importanza troppo scarsa allo studio di ciò che costituisce il più pesante fattore di stress quotidiano per odontoiatri, igienisti e ASO: la componente comunicazionale del nostro lavoro. Non alludo, qui, alle tecniche in grado di farci comunicare bene con i nostri pazienti, oppure tra noi all’interno dello studio. Alludo, invece, al principio di fondo che deve ispirare, di per sé, tutta la fase di lavoro che si riassume con il termine di “comunicazione”.
Quale sia questo “principio”, come ripeto da anni nei corsi e nelle lezioni, è presto detto: capire che la nostra “comunicazione” deve ispirarsi, in modo fortemente imitativo, ai principi della “recitazione”. Sparato così sembra un principio quasi dissacratore, ma nella realtà pratica è un principio non sostituibile: dobbiamo imparare a “recitare”.
L’analogia tra un attore che recita e noi che parliamo con i pazienti (minor analogia riguarda il parlarci tra noi) si esplica secondo queste tre linee di attuazione:
1. dobbiamo abituarci ad essere instancabilmente ripetitivi. Quando, in una giornata di lavoro, ci capitano più casi che necessitano di delucidazioni assolutamente identiche, dobbiamo imparare a osservare la realtà seguendo questo principio ispiratore: per me è l’ennesima volta che lo ripeto, per questo paziente è una verità che per la prima volta gli viene ‘rivelata’”; per noi può essere una noia, per lui è un “evento”;
2. dobbiamo imparare a non “tagliare” il copione. Il paragone non sembri assurdo: l’attore che recita per la centesima volta il suo monologo, di fronte alla platea di spettatori, non si sognerebbe mai di “tagliarne” una parte, perché è certo che “tanto, la sostanza del discorso la si capisce lo stesso”. Lo stesso discorso vale per noi: come in un teatro, l’uditorio cambia e noi abbiamo il dovere di “recitare” il nostro copione in maniera impeccabile e senza “tagliarne” mai alcuna parte;
3. noi, come qualsiasi attore, non dobbiamo essere influenzati dal “contesto”. In altre parole: non dobbiamo essere guidati dalla spontaneità, dall’istinto, da simpatie o antipatie. La professionalità consiste appunto nell’obbedire alle regole professionali, al dovere professionale, non lasciandoci influenzare da chi abbiamo di fronte o da quanto ci ha pesato la giornata.
Tutto questo sembra banale e del tutto scontato… ma bisogna farlo diventare connaturato al cento per cento con il nostro stile di lavoro. Perché la fatica nasce tutta da lì, non dal tartaro da togliere o dai ferri da sterilizzare. Prima impariamo a “far nostro” questo principio e prima ridurremo a zero lo stress del “comunicare”: il “pilota automatico”, proprio lui, ci alleggerirà questa grande fatica.



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