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04 Maggio 2012

Il cacciatore di farfalle: bocca sana in corpo sano

Il secondo appuntamento della rubrica di Dental Cadmos

di Il cacciatore di farfalle


cacciatore di farfallecacciatore di farfalle

È riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale che il fumo, solo nell'ambito odontostomatologico:
• riduce il flusso salivare,
• aumenta il rischio di ammalarsi di cancro orale,
• riduce la velocità di guarigione delle ferite (impianti!),
• incrementa/aggrava la malattia parodontale.
Prescindiamo dagli effetti su altri organi e apparati, tutti potenzialmente letali, e non discutiamo degli effetti del fumo secondario, anch'essi potenzialmente letali.

Consideriamo un altro dato.
In Italia fuma circa il 25-30% della popolazione, equamente suddiviso tra maschi e femmine. Questo significa che un paziente su tre o quattro che entra nei nostri studi è un fumatore che corre i gravissimi rischi sopra descritti. E fuma anche un odontoiatra su quattro, ovviamente con approssimazione statistica.
Se tutto ciò è vero, dobbiamo porci una domanda: che cosa facciamo noi per contrastare una tale piaga?
Tutti noi siamo convinti di porre al centro della nostra professione la salute dei nostri pazienti. Questo vuol dire innanzitutto mantenere sani quelli che sono sani e/o riportare a uno stato di salute quelli che sono ammalati.

Ma solamente con la bocca sana oppure con il corpo sano?
Se è vero, com'è vero, che l'odontoiatra è il medico della bocca, è evidente che dobbiamo occuparci della salute di tutto l'organismo del paziente. Perché? Provo a rispondere schematicamente.
• La bocca non è cosa a sé rispetto al resto del corpo.
• Molte patologie sistemiche sono provocate/aggravate da patologie orali.
• Molte patologie sistemiche hanno localizzazioni orali.
• Il dentista è l'operatore sanitario più frequentato dai pazienti.
• Perche è etico occuparci di far smettere di fumare i nostri pazienti e smettere noi stessi (laddove etica può essere definita come il nostro modo di comportarci nei confronti della comunità in cui viviamo).

Questa è la vera ragione per la quale dobbiamo imparare le tecniche di "smoking cessation", e applicarle con impegno e continuità nei nostri studi.
Anche se siamo stanchi, se il paziente è difficile e poco interessato: dovremo essere capaci di motivarlo, esattamente come abbiamo imparato a fare con l'igiene orale.
Anche verso noi stessi. Perché è ipocrita dire ai pazienti: "Lei non guardi me che fumo, lei deve smettere!".

Come dobbiamo considerare il tempo che dedichiamo a quest'attività? Volontariato? Prestazione professionale? Dobbiamo fatturarla al paziente?
Vogliamo rifletterci e discuterne?
E chi ci insegnerà queste tecniche?
Spero di leggere le e-mail dei lettori sull'argomento, l'interesse sarà sicuramente un primo importantissimo passo.

Scrivi a cacciatoredifarfalle@elsevier.com

DC 2012;2:68

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