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02 Novembre 2020

Impatto economico del SARS-CoV2 sull’Odontoiatria: un’analisi germanica

La crisi non tocca la professione in modo uniforme: problemi per chi fa prevenzione meno per chi si occupa di endodonzia e chirurgia. Le considerazioni del prof. Gagliani nel suo Agorà del Lunedì 

di Massimo Gagliani


Gli effetti economici generati dalla pandemia sono sotto gli occhi di tutti; il disastro economico è sbandierato ai quattro venti e le conseguenze paiono spesso incalcolabili.
C’è chi vede un’opportunità per rivoluzionare il proprio lavoro, c’è che non accetta e protesta; in ogni caso la situazione è difficile ed enigmatica. I risultati “a pelle” sono parsi differenti e sorprendenti; tra i colleghi c’è chi ha chiuso tra marzo e maggio, chi ha mantenuto una blanda attività e chi non ha mai realmente smesso.

 La ripresa post-lockdown è stata confortante e ora la ricaduta delinea scenari foschi.Falk Schwendicke e i suoi collaboratori della Charité di Berlino, non nuovi a queste indagini economiche con risvolti scientifici nell’ambito dell’odontoiatria, hanno provato a fare dei modelli matematici. Per chi avesse voglia: Schwendicke, F., J. Krois and J. Gomez (2020). "Impact of SARS-CoV2 (Covid-19) on dental practices: Economic analysis." J Dent 99: 103387. 

La Germania non è l’Italia, le differenze numeriche sono sensibili, però non così distanti. La sperimentazione ha avuto numerose sfaccettature, a dire della profondità di analisi condotta, e si è sostanzialmente snodata su una simulazione che comprendesse tre periodi di chiusura, per lunghezza, ovvero 45, 90 e 135 giorni. Hanno anche visto i decrementi specifici per disciplina, sono stati analizzati i costi e le perdite in generale e in particolare.  

Come?  

Intervistando telefonicamente un gruppo di quasi 300 colleghi germanici e traguardando le loro risposte al modello sperimentale proposto.Abbreviando, per comodità di lettura, gli effetti evidenti e devastanti sarebbero presenti con chiusure prolungate; quella di 135 giorni porterebbe alla bancarotta molti elementi del sistema, mentre reggerebbero contrazioni tra il 20 e il 50 percento le altre restrizioni. 

La differenza di apprezzerebbe in misura molto maggiore nelle discipline che hanno la prevenzione al centro, succedute da tutte quelle non strettamente indispensabili come le cure delle patologie parodontali e la ricostruttiva. Le emergenze algiche e le discipline ad esse correlate, dall’endodonzia alla chirurgia, potrebbero generare in ogni caso redditi positivi, tuttavia la decurtazione non sarebbe mai trascurabile. 

L’articolo meriterebbe ben altro approfondimento ma un dato, nell’ambito delle conclusioni, è emerso prepotente: perché ricercare con questa dovizia di dettaglio le ragioni della diminuzione di guadagno?
Molto semplice, argomentare con dati coerenti le reali necessità delle categorie e studiarne al meglio i correttivi finanziari.

In poche parole, non erogazioni a pioggia, ma sussidi mirati per non scontentare nessuno e venire in giusto soccorso a molti. Un ragionamento di grande qualità scientifica che fa a pugni con la realtà epidermica che quotidianamente viviamo; che sia l’ora di riflettere su questi temi con più cognizione di causa?

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