Dovrà chiudere per sei mesi il Centro DentalPro di Sarzana che si era visto contestare la violazione della Legge 175/92 in tema di pubblicità sanitaria non avendo indicato il nome del direttore sanitario su di una comunicazione affissa nei pressi dello studio. A chiudere definitivamente la questione il Consiglio di Stato, al quale si era appellata la proprietà dopo che Tar Liguria aveva confermato l’ordinanza del Comune di Sarzana con la quale sospendeva l’autorizzazione sanitaria del Centro odontoiatrico per 6 mesi.
Consiglio di Stato che aveva accolto la richiesta di sospensiva avanzata dai legali di DentalPro in attesa della sentenza definitiva. l Proponendo il ricorso contro la sentenza del Tar, i legali del Centro (lo studio Stefanelli di Bologna) avevano sostenuto “che il provvedimento era stato illegittimamente assunto inapplicazione degli art. 4 e 5, l. n. 175 del 1992, che risulterebbero ormai abrogati in seguito all’entrata in vigore della nuova normativa in materia di “liberalizzazione” della pubblicità delle attività sanitarie e mediche e della nuovadisciplina della pubblicità dei servizi professionali”.
Il Tar, non accogliendo il ricorso, aveva invece sostenuto che “l’effetto abrogativo della disciplina successiva alla l. n. 175 del 1992 dovesse ritenersi circoscritto alle sole disposizioni concernenti il divieto di svolgimento di pubblicità informativa dei servizi professionali ovvero alle norme che si pongano in contrasto con i principi di libertà, trasparenza e veridicità della pubblicità, nonché di non equivocità e correttezza delle informazioni veicolate”.
Dello stesso parere è il Consiglio di Stato che con la sentenza (numero 08091/2017) pubblicata oggi 8 giugno 2018, ritiene che “l’intervento del legislatore (legge Bersani NdR) appare, dunque, diretto espressamente alla rimozione dei divieti di pubblicità per professioni e non - per come inteso - dall’appellante - alla rimozione di ogni procedimentalizzazione e controllo nell’esercizio della pubblicità. In particolare, il legislatore si preoccupa di prevedere la ‘nullità’ delle disposizioni di divieto eventualmente non adeguate ed inserite nei codici deontologici dirette”.
Consiglio di Stato che evidenza come la Bersani affidi agli Ordini potere di controllo “del rispetto dei criteri di trasparenza e veridicità del messaggio”, e che la stessa norma sia stata emanata per dare al cittadino la possibilità di conoscere e comparare. In questo senso, il Consiglio di Stato ricorda che il D.l. n. 223 del 2006 (Bersani) all’art. 4, comma 2, indica che “È in ogni caso obbligatoria l'indicazione di nome, cognome e titoli professionali del medico responsabile della direzione sanitaria”.
Disposizione, ricordano i Giudici che “non contrasta affatto con i principi di liberalizzazione introdotti dalla normativa del 2006, ma intende definire alcuni contenuti minimi del messaggio pubblicitario, finalizzati a tutelare gli utenti finali e la trasparenza del mercato, in un settore, come quello delle prestazioni professionali, caratterizzato dal persistente rilievo dei soggetti posti al vertice dell’organizzazione che offre i servizi sanitari”.
Prescrizione questa, ricorda il Consiglio di Stato, che “non impedisce ai soggetti interessati di promuovere la propria attività economica e professionale mediante moderni strumenti pubblicitari, purché rispettosi di questa semplice garanzia di trasparenza e conoscibilità della struttura”.
Nome del direttore sanitario, rilevano i giudici, che doveva essere indicato anche se, come segnalato dai ricorrenti, la pubblicità effettuata sul cartellone non era riconducibile direttamente allo studio “ma prodotta da DP Group S.r.l., titolare del marchio Dental Pro, network cui lo studio era riconducibile”. Consiglio di Stato che ritiene, infine, legittima l’attività dell’Ordine (in questo caso la CAO di La Spezia) di segnalazione all’Amministrazione comunale della presunta violazione.
Con la sentenza e la necessità di applicare l’ordinanza del Comune di chiudere il Centro DentalPro per 6 mesi, si rischia, ora, di aprire una questione di salute pubblica, la questione pazienti: che fine faranno quelli in cura? Potranno aspettare 6 mesi per continuare le terapie iniziate?
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