SIdP sottolinea la necessità di sensibilizzare i pazienti a seguire scrupolosamente le indicazioni sulla terapia antibiotica prescritta dal dentista
Il problema dell’antibiotico resistenza non si combatte, solo, con una maggiore attenzione verso una prescrizione più attenta e consapevole ma anche con una adeguata sensibilizzazione dei pazienti verso la cattiva pratica dell’autosomministrazione ma anche attraverso una corretta informazione sull’utilizzo del farmaco. E questo soprattutto in campo odontoiatrico. A ricordarlo è SIdP, attraverso l’agenzia ANSA, citando uno studio delle Università di Salerno e del Molise, pubblicato sulla rivista Healthcare, che dimostra come le terapie antibiotiche prescritte dal dentista siano meno seguite di quelle prescritte dal medico. “Solo un paziente odontoiatrico su 2 le segue e solo 2 su 10 (con risultati migliori in chi ha diploma o laurea) dichiarano un'aderenza elevata alla prescrizione, ovvero ne seguono bene durata e dosaggio” ricordano gli esperti della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia all’ANSA.
"L'antibiotico interrotto prima del termine o assunto in quantità minore del dovuto - spiega all’ANSA Cristiano Tomasi, professore associato presso il dipartimento di Parodontologia dell'Università di Göteborg, in Svezia, ed esperto Sidp - è un tipico errore che fa chi lo confonde con l'antidolorifico, ovvero smette di prenderlo appena vede che la sintomatologia migliora. Così, però, si sterminano solo i batteri più deboli, che diventano 'cibo' di cui si nutrono quelli più resistenti, i quali trovano così campo libero per riprodursi meglio e aumentare l'antibiotico resistenza".
Prof. Tomasi che rileva come le conseguenze di questo uso scorretto siano doppiamente negative.
"Nel singolo - rileva - distruggono la flora batterica, ovvero l'insieme di batteri, anche 'buoni' che contribuiscono alla salute dell'organismo: uno studio mostra che, se il microbioma della mucosa orale dopo circa un mese dall'assunzione dell'antibiotico tende a tornare alla normalità, mentre quello intestinale ci mette minimo un anno".
E poi c’è il rischio per la collettività perché, dice, "l'eccessivo o sbagliato utilizzo aumenta la diffusione di infezioni di batteri contro i quali la maggior parte degli attuali farmaci non è più efficace, fenomeno che porta alla morte di oltre 35.000 persone in Europa ogni anno".
Ovviamente SIdP richiama l’attenzione dei dentisti nel prescrivere antibiotici solo quando strettamente necessari a contrastare infezioni acute, come i classici ascessi mentre da evitare come profilassi per ridurre il rischio di sviluppare infezioni. "La prescrizione di questi farmaci prima di una procedura odontoiatrica chirurgica, secondo uno studio su Jama Network Open, è inutile inoltre l'80% dei casi mentre dovrebbe essere riservato ai pazienti cardiopatici ad alto rischio. Inoltre - spiega sempre all’ANSA il prof. Tomasi- spesso si prescrive amoxicillina per il trattamento delle infezioni croniche come la parodontite, invece che intervenire rimuovendo placca e tartaro subgengivale o, in casi specifici, con interventi chirurgici: questo utilizzo di antibiotici non è previsto dalle linee guida della Federazione Europea di Parodontologia, che invece chiedono di limitarlo al massimo nelle infezioni croniche".
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