Le radiografie sono ormai entrate stabilmente nella pratica odontoiatrica e ben pochi dubbi sono stati finora sollevati sulla loro possibile pericolosità, in termini di azione mutagena.
Ora però entra in argomento Jada, la principale rivista di settore degli Stati Uniti, che nel numero di settembre presenta i risultati di una accurata sperimentazione condotta da John B. Ludlow e Laura E. Davies-Ludlow, ricercatori presso la facoltà di odontoiatria della University of North Carolina e da Stuart C. White, professore alla University of California.
Gli autori si sono posti l’obiettivo di valutare nel modo più preciso possibile i rischi in cui può incorrere il paziente nel sottoporsi alle radiografie che vengono normalmente effettuate al cavo orale: diciamo subito che i risultati, pur lontanissimi dal giustificare qualsiasi tipo di allarmismo, evidenziano tuttavia che il problema esiste e suggeriscono l’adozione di alcune misure cautelative tese a minimizzare qualsiasi impatto negativo.
A rimuovere le preoccupazioni in merito aveva probabilmente contribuito la pubblicazione di stime rassicuranti sulla radiosensitività dei tessuti - inclusi quelli della regione maxillo-facciale - a cura dell’International Commission on Radiological Protection (ICRP): era però il 1990 e lo scorso anno l’istituto ha emesso nuove raccomandazioni sulla base delle maggiori conoscenze scientifiche accumulate durante quasi un ventennio in biologia e in fisica di esposizione alle radiazioni.
Già da tempo, per affrontare il difficile compito di calcolare quello che dopo tutto è solo un rischio statistico, gli studiosi hanno messo a punto diverse unità di misura, tra cui la dose effettiva.
Collegata alla probabilità dei danni determinati dall’esposizione a radiazioni ionizzanti a basso dosaggio, la dose effettiva si ottiene dalla somma pesata delle diverse sensibilità caratteristiche di ogni tessuto. Rispetto a quelle del 1990, le stime della ICRP hanno rivisto i parametri attraverso i quali ciascun tessuto contribuisce alla dose effettiva totale: i tessuti cerebrali, per esempio, vengono ad assumere un peso maggiore, le gonadi un peso minore, mentre le ghiandole salivari e le mucose orali…
Beh, nei documenti del 1990 non venivano proprio prese in considerazione! Da questo nuovo stato di cose, gli studiosi americani hanno preso le mosse per il loro lavoro.
Con l’ausilio di una ditta specialistica (Rando, The Phantom Laboratory a Salem, nello stato di New York), hanno realizzato un fantoccio che riproduceva una testa di uomo adulto in tessuto equivalente, in grado di fornire una simulazione attendibile di un paziente sottoposto ai più comuni tipi di esami radiografici.Applicati in varie posizioni della testa e del collo dei chip TLD (thermoluminescent dosimeter - dosimetri a termoluminescenza) hanno potuto misurare la distribuzione delle dosi di radiazione assorbita.
Per ciascuna delle tecniche radiografiche considerate gli autori hanno effettuato dieci misurazioni, in modo da ottenere risultati più affidabili e hanno confrontato le dosi effettive ottenute sulla base delle raccomandazioni della ICRP del 1990 e su quelle del 2007. Si è riscontrato un generalizzato e spesso considerevole aumento della valutazione del rischio, con percentuali variabili dal 32 fino al 422 per cento. A partire dalla dose effettiva è possibile calcolare un ulteriore indice che esprime il danno complessivo subito dalla popolazione esposta e dai suoi discendenti, in termini di probabilità di contrarre tumori, di durata media della vita e di difetti ereditari trasmessi geneticamente.
Applicando un opportuno coefficiente di rischio si ha una percezione immediata della pericolosità dell’esposizione alle radiazioni. Il danno da radiazione conseguente alle radiografie ai denti è stata calcolato utilizzando coefficienti prudenziali, eppure i valori sono risultati superiori rispetto alle stime del ’90. Bisogna dire che si tratta comunque di livelli molto bassi e c’è soprattutto grande incertezza nell’effettuare calcoli su radiazioni di parecchio inferiori a un Sievert.
Non è possibile stimare un rischio specifico a dosi tanto ridotte, secondo la commissione ICRP. Ludlow e colleghi, da parte loro, riconoscono che “se esiste una soglia di pericolosità, il rischio attualmente attribuibile a una radiografia dentale è molto al di sotto, se non addirittura nullo. Tuttavia, i dati calcolati sulla base delle nuove stime ci spingono a prendere in considerazione tutte quelle precauzioni che possono ridurre le esposizioni non necessarie.”
È anche la posizione dell’American Dental Association, che propone mezzi semplici ed efficaci per un sostanziale abbattimento delle radiazioni. Esistono tre raccomandazioni principali che - sostiene Jada - porterebbero a ridurre i rischi di mortalità di dieci volte: da oltre il venti per milione a due. Prima di tutto, allo scopo di diminuire i tempi di esposizione, gli odontoiatri non dovrebbero usare pellicole con rapidità inferiore a Espeed; vengono consigliate pellicole F-speed, sistemi a Ccd (Charge Coupled Device) e lastre Psp ai fofori foto-stimolabili.
La seconda indicazione è di utilizzare apparecchiature che forniscono collimazione rettangolare, ottenendo la massima riduzione della dose e la soppressione di artefatti radiografici. Infine bisognerebbe ricorrere agli esami radiografici solo dopo un attenta visita che chiarisca quali sono le reali necessità del paziente.
Non si tratta quindi di mettere in discussione l’utilizzo di una metodologia indispensabile nell’odontoiatria di oggi, ma di prestare attenzione ad alcuni accorgimenti che, come sottolineano gli autori dello studio, servirebbero a mettere in pratica la fondamentale esortazione di Ippocrate: “prima di tutto, non provocare danni”.
GdO 2008; 12
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