L’odontoiatria e, in particolare, le sue branche più coinvolte nell’estetica dento-facciale stanno andando troppo in là, o troppo in giù come dicono i critici di questa tendenza?
Per cercare di rispondere pubblichiamo la sintesi di un articolo scritto negli Usa da due studiosi di bioetica.
Donald Patthoff lavora come dentista generico dal 1983; dal 1988 fa parte dell’American Society for Dental Ethics di cui è stato presidente; dal 2001 è membro del comitato etico dell’American College of Dentists.
David Ozar è docente di etica medica presso il dipartimento di filosofia della Loyola University di Chicago; è membro onorario dell’American College of Dentists. Nel 1987 ha fondato e ha presieduto l’American Society for Dental Ethics. E' coautore del testo Dental ethics at chairside edito dalla Georgetown University Press.
Il presupposto fondamentale di tutto l’articolo è che bisogna tenere sempre ben separati le necessità del paziente dai suoi desideri: alle prime segue l’erogazione di prestazioni sanitarie miranti a ripristinare o a preservare lo stato di salute; ai secondi corrispondono le prestazioni che tendono a soddisfare i desideri estetici individuali.
Dal punto di vista etico si tratta di una distinzione che rientra nella sfera sociale e professionale, poiché va a influire sulla percezione che la società ha dell’operato dei professionisti sanitari e dei benefici che essi portano a tutti con il loro lavoro e il loro sapere. In pratica, da tale percezione dipendono il rispetto, la credibilità e, quindi, il prestigio della professione odontoiatrica.
Quando nella pratica clinica la ricerca dell’estetica avviene senza tenere nel dovuto conto i risultati, c’è il serio rischio di offuscare l’insieme dei valori rappresentato dalla professione. Naturalmente, si tratta di un rischio che non incombe solo sui dentisti ma su tutti i professionisti della salute che forniscono prestazioni più orientate ai desideri che alle necessità. Nel peggiore scenario possibile il pubblico potrebbe perdere la convinzione che la classe odontoiatrica sia dotata di speciale competenza in fatto di salute.
Tra i requisiti etici della professione odontoiatrica c’è anche quello di badare all’estetica: le cure eseguite devono fare in modo che i denti appiano armoniosamente inseriti nell’aspetto facciale, ma questo non determina il successo estetico. Per questo contano i gusti individuali del paziente mentre il professionista deve garantire che materiali e tecniche usate non ledano la salute e deve aiutare il paziente a fare le scelte più adeguate per ottenere il risultato.
Ma quando si tratta di pura odontoiatria estetica, il fine del trattamento (che non è più una terapia) non è quello di applicare la speciale competenza del dentista nel soddisfare una necessità clinica, ma è la pura soddisfazione dei desideri del paziente-cliente. E sono questi desideri, che si tramutano nel giudizio del cliente, il fattore essenziale per determinare se l’operato del dentista sia stato all’altezza della richiesta oppure no.
è intuitivo che la differenza dei fini e la distinzione tra terapia e trattamenti non terapeutici cambia radicalmente la relazione curante-paziente portandola dall’ambito sanitario a quello commerciale e tramutandola in un rapporto fornitore-cliente. Seguendo la legge italiana, un passaggio del genere obbliga il dentista a raggiungere il risultato concordato col cliente (obbligazione di risultato) e non più semplicemente a usare tutti i mezzi per risolvere un problema clinico (obbligazione di mezzi).
Oltre che sul rapporto curante-paziente, i due autori pensano che la crescente diffusione dell’odontoiatria puramente estetica, insieme con le strategie di marketing che la sostengono, possa ripercuotersi negativamente anche sul prestigio sociale della professione e sulla sua riconosciuta autorevolezza. Il primo effetto negativo è che il pubblico potrebbe cominciare a credere che l’estetica venga considerata dai professionisti tanto importante quanto la salute e la vita. La professione odontoiatrica, così come quella medica, si basa su una scala di valori dove si trovano, in ordine di importanza, la vita, la salute, l’autonomia del paziente e solo alla fine le considerazioni estetiche. E se è difficile che i pazienti in sala d’attesa discutano di questa scala di valori, è sicuro che la società dia per scontato che sia questa bussola a guidare l’operato dei professionisti. Vale a dire, anche se non hanno studiato latino (primum non nocere), è proprio questo che i pazienti si aspettano e su ciò si basa la fiducia che essi accordano al loro dentista. Quindi, la fiducia del pubblico nel comportamento basato su un’etica precisa è il presupposto indispensabile del prestigio della professione e della competenza specifica che le si attribuisce. Ma, proprio perché non tutti hanno studiato latino e non discutono di questioni elevate, il giudizio del pubblico si basa su ciò che vede e ascolta. Perciò se vedono certi messaggi pubblicitari basati solo sull’estetica o sentono il loro dentista parlare di estetica come mai prima, c’è il serio rischio che comincino a dubitare della scala di valori che guida le mani del loro dentista.
E se questo non basta a suonare un campanello d’allarme, Patthoff e Ozar aggiungono un altro rischio: quello che i dentisti perdano parte della loro reputazione di professionisti dotati di competenze specifiche. Infatti, se l’estetica è il solo scopo di un trattamento ed è il giudizio del cliente quello che conta, è normale che il cliente non senta più, o senta molto meno, il bisogno di avere la guida di un esperto. Di conseguenza, questo porta il pubblico a ridurre la competenza che attribuisce al professionista.
I mutamenti sociali necessitano di tempi lunghi ma possono minare il prestigio di una professione: perciò, dicono gli autori,bisogna interrogarsi su questi argomenti, altrimenti si lascia completa libertà di manovra agli uffici marketing , ai mezzi di comunicazione, i cui bilanci dipendono sempre più dalla vendita di spazi pubblicitari e quindi dagli stessi uffici marketing, e a quei dentisti che vedono nell’estetica una fonte di guadagno e basta.
Quando pure si decida di eseguire un trattamento puramente estetico, il consiglio di Patthoff e Ozar è quello di fare capire al paziente che alla base c’è comunque la competenza di un “professionista che sa” e sceglie materiali e tecniche considerando prima di tutto la salute e la sicurezza.
Il primato di questi valori deve essere ben evidenziato e deve guidare la scelta del trattamento. Il dentista deve spiegare che i trattamenti estetici necessitano di controlli periodici e di nuovi interventi a lungo termine e deve, soprattutto, avere sempre presente la differenza tra necessità e desideri. La reputazione della professione dipende anche dai messaggi che gli stessi dentisti inviano al pubblico.
GdO 2008; 7
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