Il sorriso può avere molte forme differenti: aperto o serrato, “orizzontale” o “verticale”, e dietro a ciascuna manifestazione si può trovare uno stato d’animo.
A volte, però, dietro ad alcuni modi di sorridere si nasconde una patologia: è il caso della malattia parodontale che, come hanno recentemente spiegato alcuni ricercatori statunitensi, costringe le persone a sorridere in modi innaturali a seconda della sua gravità, finendo con il condizionare le relazioni sociali e la qualità della loro vita. In altre parole i sorrisi, in modo maggiore quanto più sono danneggiati i tessuti orali, diventano più chiusi, più verticali, e sempre più spesso coperti dalla mano anche quando nessuno sta osservando.
“È provato che quando sorridiamo in modo aperto mandiamo un segnale che indica fiducia in noi stessi e apertura verso l’esterno e che, per gli stessi motivi, il nostro sorriso influenza il modo in cui le altre persone ci percepiscono” afferma Marita Inglehart, ricercatrice presso il Dipartimento di parodontologia e medicina orale della University of Michigan di Ann Arbor, negli Stati Uniti.
“Per capire quanto la malattia parodontale generi insicurezza, e quanto quindi possa modificare il sorriso di chi ne è affetto, abbiamo chiesto a 21 pazienti in cura a causa di questa patologia di assistere da soli alla videoregistrazione di uno show televisivo particolarmente divertente mentre una telecamera filmava le loro reazioni; in questo modo hanno potuto rilassarsi e mostrare, in assenza di altre persone, quale sia il loro modo di sorridere.”
In questo caso forse sarebbe più corretto dire “quale sia diventato” il loro modo di sorridere, perché lo studio haprovato che la malattia parodontale ha cambiato in modo molto simile il sorriso di questi individui. “Maggiore era il numero di denti con tasche parodontali con una profondità di sondaggio tra 4 e 6 millimetri, meno i soggetti aprivano la bocca quando sorridevano; più denti mobili i pazienti avevano, meno denti scoprivano sorridendo e più tendevano a portare la mano davanti alla bocca quando il filmato scatenava la loro ilarità; infine più aree con recessione gengivale erano visibili, più il sorriso tendeva a essere ‘verticale’ lasciando vedere un numero minore di denti” descrive la ricercatrice.
“Questi dati sono ancora più indicativi dal momento che nessuno era nella stanza mentre i soggetti guardavano lo spettacolo: ciò significa che la limitazione del sorriso è diventata così ‘naturale’ per questi pazienti che, anche quando sono rilassati e distratti, essi mettono in atto i meccanismi ormai automatici con i quali nascondono la propria dentatura.”
Gli autori sottolineano che nonostante la malattia parodontale sia, in forme anche molto lievi, riscontrabile nel 50 per cento circa della popolazione degli Stati Uniti, solo tre studi finora avevano analizzato l’impatto di questa patologia sulla qualità della vita di chi ne è affetto.
“Solo tre studi, pubblicati dal Journal of Clinical Periodontology nel 2004, dal Community Dentistry and Oral Epidemiology nel 2006 e dal Journal of Periodontal Research nel 2007 avevano affrontato nello specifico questo legame, giungendo alla conclusione che la malattia parodontale davvero ‘penetra’ nella sfera sociale e in quella individuale modificando le capacità del soggetto”.
GdO 2008; 8
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