La diagnosi di dente incrinato viene formulata sulla base dei seguenti elementi: sintomatologia riferita dal paziente (dolore alla masticazione, alterata sensibilità termica); presenza di tasche parodontali; test alla masticazione e alla percussione; test di vitalità; colorazione con la tintura di blu di metilene del fondo cavitario una volta esaminato il dente; transilluminazione.
Allo stato attuale non esiste un esame che possa prevedere se un dente incrinato possa non sviluppare fratture longitudinali irreversibili nel lungo periodo.
Per la valutazione della gravità di un'incrinatura dentale l'ausilio della tomografia computerizzata (CT) può aiutare enormemente gli endodontisti a prendere decisioni sul destino del dente in questione.
Secondo un recentissimo studio cinese "in vitro" pubblicato sul numero di ottobre 2017 di JADA in base alla lunghezza e alla larghezza dell'incrinatura coronale si può prevedere se e quanto la frattura possa riguardare anche la porzione radicolare del dente in questione.
Gli autori di questo studio hanno preso in considerazione 22 denti incrinati estratti da 22 pazienti.
I denti sono stati quindi analizzati utilizzando la tomografia microcomputerizzata.
La lunghezza e la larghezza della frattura sulla superficie occlusale (rispettivamente LOS e WOS) e la lunghezza della frattura lungo la superficie prossimale (LCPS) sono state misurate su immagini di ricostruzione tridimensionale.
Eseguito l'accesso camerale e rimossa la polpa hanno valutato, sotto microscopia se la frattura fosse visibile anche nella cavità pulpare e per quanto si estendesse nella camera.
Gli autori dello studio hanno classificato come "fratture non radicolari" quelle fratture che non oltrepassassero il pavimento della camera pulpare stessa, mentre hanno assegnato di termine di "fratture radicolari" a quelle che si spingevano oltre il pavimento camerale.
Dai risultati dello studio si è visto che vi è una correlazione significativa tra la lunghezza occlusale della frattura LOS e la lunghezza della frattura lungo la superficie prossimale LCPS (coefficiente di correlazione, 0,782; P <0,001) e tra il WOS e l'LCPS (coefficiente di correlazione, 0,651, P <0,05). Si è visto che per ogni incremento di 1 mm del LOS si aveva un aumentato del LCPS di 1.195 millimetri, inoltre più largo era il WOS, più lunga risultava la frattura lungo la superficie prossimale LCPS.
In base ai dati di questo studio si può affermare che se la frattura occlusale è corta o stretta, ha probabilmente una limitata estensione nel piano assiale.
Questo tipo di frattura, molto probabilmente, è limitata alla sola corona del dente senza estendersi alla radice, e può avere una buona prognosi. Viceversa, se la frattura occlusale è lunga o attraversa addirittura tutta la superficie occlusale, probabilmente ha una lunga estensione anche nel piano assiale e può estendersi nella radice; come tale ha una prognosi non favorevole.
Bisogna però sottolineare due limiti di questo studio:
a) il basso numero di campioni analizzati, solo 22.
b) la selezione dei campioni è limitata a denti estratti. Sebbene sia stata utilizzata una procedura di estrazione del dente minimamente invasiva, le manovre chirurgiche di estrazione potrebbero aver peggiorato il grado delle fratture.
In conclusione è parso interessare segnalare questi parametri per eseguire una prima analisi con cognizione di causa su elementi che abbiano evidenziato questo tipo di problematica.
A cura di: Lara Figini, Coordinatore Scientifico Odontoiatria33
Per approfondire:
Predicting extension of cracks to the root from the dimensions in the crown: A preliminary in vitro study. JADA ottobre 2017 vol.148 issue 10 Pages 737-742. Min Chen, Kaiyu Fu, Feng Qiao, Xu Zhang, Yi Fan, Lijun Wang, Peng Li, Zhou Wu, Ligeng Wu
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