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12 Dicembre 2017

Degrado dell'interfaccia dei restauri in composito. Uno studio in vitro l'ha analizzato

di Lara Figini


Il degrado dell'interfaccia dei restauri adesivi in composito è il risultato di più fattori combinati. Alla base vi è la contrazione da polimerizzazione tipica dei materiali compositi, che può portare alla formazione di gap e microgap, a livello dell'interfaccia dente/restauro, suscettibili a infiltrazione di fluidi orali, acidi, metaboliti e colonizzazione batterica, che alla lunga associati a stress meccanici, chimici e biologici tipicamente presenti nell'ambiente orale  possono portare alla degradazione dell'interfaccia e conseguente formazione di carie secondaria.

Anche se la degradazione dell'interfaccia e la carie secondaria possono svilupparsi ovunque a livello dentario, studi di letteratura hanno riportato che la carie secondaria per lo più si verifica al margine gengivale dei restauri di classe II e classe V [Mjor 1985, 2005].

Ciò è probabilmente dovuto all'accumulo di placca superiore in questi siti, a un adattamento incompleto dei materiali e alla scarsa adesione. Pertanto, il restauro in composito di classe II fornisce un modello adatto per studiare gli effetti combinati del carico meccanico e del biofilm batterico.

La maggior parte dei fattori coinvolti nel degrado dell'interfaccia sono comunemente studiati in letteratura in isolamento, ma nella realtà dell'ambiente orale non si trovano mai isolati ma sempre abbinati tra loro.

In uno studio in vitro pubblicato sul Journal of Dentistry di novembre 2017 viene esaminato l'effetto combinato del carico meccanico simulato in presenza di biofilm artificiale, in presenza o assenza di saccarosio, sull'integrità dell'interfaccia dei restauri in composito di II classe eseguiti in denti estratti. Gli autori hanno eseguito i restauri MOD di classe II in terzi molari secondo protocolli prestabiliti.

La metà dei campioni (n = 27) è stata sottoposta a 200.000 cicli di carico meccanico utilizzando un ambiente orale artificiale (ART). Tutti i campioni (sottoposti a cicli di fatica e non) sono stati divisi in tre sottogruppi:

  • no biofilm (gruppo controllo);
  • biofilm senza saccarosio (BNS) e 
  • biofilm con saccarosio (BWS).

I gruppi BNS e BWS sono stati quindi incubati con un inoculo batterico multispecie. Il gruppo BWS è stato contaminato con saccarosio cinque volte al giorno. La contaminazione con biofilm è stata ripetuta sequenzialmente per 12 settimane. Sono state monitorizzate anche le variazioni del pH per tutti i campioni e gruppi.

In ultimo i campioni sono stati esaminati con micro-CT per valutarne l'eventuale demineralizzazione e sono stati sottoposti al test di frattura di carico.

I risultati ottenuti nello studio sono stati i seguenti: la demineralizzazione accanto ai restauri è risultata rilevabile solo nei denti del gruppo con biofilm e saccarosio (BWS). I valori della frattura di carico sono risultati significativamente ridotti nei campioni con biofilm e saccarosio, indipendentemente dal fatto che siano stati sottoposti a cicli di fatica oppure no. Il carico ciclico ha ridotto i valori di frattura in tutte le condizioni, ma la riduzione non è stata statisticamente significativa.

Dai dati emersi da questo studio in vitro si può considerare che lo zucchero, quale il saccarosio, nell'ambiente orale (in associazione a biofilm e carichi masticatori) gioca un ruolo importante nel degrado dell'interfaccia adesiva dei restauri in composito e nella formazione di carie secondaria.


A cura di: Lara Figini
, Coordinatore Scientifico Odontoiatria33

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