Da sempre i risultati a lungo termine delle procedure restaurative adesive sono stati fortemente influenzati dall’abilità dell’operatore oltre che dalla bontà dei materiali.
Le resine composite, con l’avvento dei nanofiller e di monomeri alternativi al Bis-GMA (TCD), hanno notevolmente implementato le caratteristiche meccaniche oltre che estetiche, richiedendo comunque un rigoroso rispetto delle procedure step-by-step per ottenere risultati clinicamente soddisfacenti.
Nei restauri diretti del settore anteriore la letteratura mostra come una buona percentuale di fallimenti sia di natura estetica, con i pazienti che lamentano nel medio termine una non perfetta integrazione cromatica del restauro con le strutture dentali.
È noto, infatti, come la scelta delle corrette masse di composito per simulare le caratteristiche ottiche di smalto e dentina non sia semplice. Tuttavia nel recentissimo passato sono apparsi sul mercato compositi “one-shade” (Venus Pearl ONE) disponibili con una sola tinta universale, in grado di acquisire un aspetto cromatico armonico come quello delle strutture dentarie in cui vengono stratificati.
Questi materiali sono stati inizialmente indicati per i restauri dei denti posteriori, mentre per le terze e quarte classi potrebbero peccare di eccessiva traslucenza. Tuttavia, esistono alcune situazioni cliniche in cui il loro impiego nel settore anteriore può fornire risultati clinici ed estetici soddisfacenti.
Come nel caso clinico di seguito presentato.
Figg. 1, 2 Situazione iniziale: lesione cariosa secondaria di 1.2 che presenta restauro in amalgama a livello del cingolo palatino.
Fig. 3 Isolamento del campo operatorio con diga di gomma (Ivory).
Fig. 4 Rimozione dell’amalgama e detersione della cavità. Ne risulta una terza classe non passante, grazie alla preservazione di uno strato di smalto integro.
Fig. 5 In visione vestibolare si può apprezzare l’integrità dello smalto. Tuttavia, in tale situazione bisogna porre molta attenzione nella scelta e nella tecnica di stratificazione del composito. Un eccessivo stress da contrazione potrebbe creare delle incrinature iniziali sullo smalto, mentre una massa troppo opaca potrebbe dare un risultato estetico non soddisfacente data la trasparenza dello smalto in spessore esiguo. Si opta per un composito one-shade (Venus Pearl One, Kulzer).
Fig. 6 Posizionamento di una matrice in acetato trasparente stabilizzata da un cuneo di legno.
Figg. 7, 8 Applicazione di un sistema adesivo universale (iBond, Kulzer) in modalità self-etch previa mordenzatura dello smalto.
Fig. 9 Stratificazione della parete interprossimale in spessore di 0,5 mm che viene polimerizzata ponendo il puntale della lampada sulla superficie vestibolare in modo da minimizzare il rischio di stress da contrazione avverso. Successivamente si stende uno strato di resina flow (Venus Diamond Flow, Kulzer) sulla dentina.
Fig. 10 Si completa l’apposizione del composito impiegando una tecnica obliqua di stratificazione, facendo attenzione a gestire la direzione di polimerizzazione del composito.
Fig. 11 Visione vestibolare dell’elemento restaurato. Non si evidenziano, almeno per ora, incrinature allo smalto.
Fig. 12 Aspetto vestibolare dopo rimozione della diga.
Fig. 13 Aspetto palatino dopo controllo dell’occlusione e rifinitura finale.
Fig. 14 Controllo a un mese dall’esecuzione del restauro. Si nota come il composito one-shade fornisca un’opacità sufficiente all’elemento dentario. Inoltre, grazie alla sua matrice uretanica e alla dinamica di polimerizzazione ad essa annessa, la bassa contrazione ha consentito la preservazione di smalto vestibolare non sostenuto, facilitando di molto il risultato estetico.
Con il contributo non condizionante di Kulzer
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