Le lesioni da morso (LM o bitemark in inglese) sono un segno che viene spesso valutato in ambito giudiziario per risalire all’identità dell’aggressore. Alla base di questa valutazione ci sono due presupposti: il primo è che la dentatura di un individuo sia unica; il secondo è che la cute possa registrare questa unicità con un’affidabilità sufficiente. Purtroppo, allo stato attuale, pochi studi scientifici possono corroborare tali presupposti e, cosa ancora più desolante, negli Stati Uniti si sono dovuti registrare errori giudiziari a causa di questa “prova”.
Elastina e collagene
Esistono, infatti, numerosi fattori di distorsione che possono rendere del tutto inaffidabile la valutazione di una LM. Alcuni sono legati alla natura della cute che mostra un comportamento visco-elastico quando è sottoposta a una deformazione meccanica e registra il morso in modo diverso a seconda della sede anatomica e della natura dei tessuti sottostanti. Esistono poi fattori legati al tempo e alle modalità di valutazione della lesione: un conto è valutare una LM dopo poche ore, direttamente sulla vittima, tutto un altro conto è valutarlo su una fotografia, magari a distanza di vent’anni, come nel caso del delitto di via Poma, e confrontarlo con la dentatura del sospetto aggressore.
Tra i fattori legati alla cute, il primo posto spetta al suo comportamento visco-elastico.
In pratica, sotto l’azione di una forza debole, come nelle normali attività quotidiane, la cute si comporta in modo elastico, grazie alla presenza delle fibre di elastina che ne costituiscono circa il 4% del peso secco (grasso escluso).
A queste condizioni, la relazione tra forza applicata e deformazione è lineare. Con l’aumentare della forza, entrano in tensione anche le fibre collagene, ben più numerose (sono circa il 75% del peso), e, soprattutto, si deforma la sostanza che riempie lo spazio tra le varie fibre, composta per lo più da mucopolisaccaridi. Sono proprio queste macromolecole a determinare la componente viscosa delle deformazioni subite dalla cute che, in questo caso, risultano in relazione non lineare con la forza applicata.
Nella possibile deformazione di una lesione da morso, entra in gioco anche l’anisotropia della cute, cioè la variabilità delle sue proprietà in base alla direzione considerata; tale variabilità è la principale responsabile della di-storsione dei segni delle LM. La cute, infatti, mostra un’estensibilità preferenziale, contrassegnata dalle cosiddette linee di tensione, che è determinata dalle richieste biomeccaniche, vale a dire dai movimenti muscolari e articolari.
Per questi motivi la cute è meno estensibile in direzione parallela alle linee di tensione mentre lo è di più in direzione perpendicolare a esse.
Diversità
Per misurare la distorsione che possono subire i segni lasciati da un morso, un gruppo di odontologi forensi delle università di Buffalo e Montreal ha eseguito un interessante esperimento su cadavere. Dalle impronte dentali di un volontario sono stati ricavati due modelli in resina epossidica, materiale che ha una durezza quasi uguale a quella dei denti naturali (78 unità Shore contro 70). I due modelli sono stati montati su un articolatore programmato con un’apertura di 40 mm e in grado di esercitare una forza di compressione simile a quella di un uomo (cioè tra 175 e 215 N). Con questo strumento i cadaveri sono stati morsicati in diverse sedi (arti e torace), orientando i denti sia in parallelo sia perpendicolarmente alle linee di tensione; inoltre, le lesioni sugli arti sono state eseguite in varie posizioni (flessione e rotazione).
Nonostante nel cadavere manchino le reazioni flogistiche, le variazioni biomeccaniche cutanee si mantengono inalterate per un certo periodo di tempo se le condizioni di conservazione sono idonee; perciò, il cadavere viene considerato un modello affidabile per questo tipo di prove.
Tutte le LM sono state fotografate entro 10 minuti con un apparecchio digitale con un rapporto 1:1. Dalle immagini sono state ricavate varie misure (larghezza mesio-distale, diametro intercanino e via dicendo), che poi sono state confrontate con quelle ricavate dalla scansione dei modelli del volontario.
I primi risultati
Le 23 LM eseguite apparivano tutte diverse e non ce n’erano due che avessero misure uguali. Inoltre, nessuna coincideva con le misure dei denti del volontario “aggressore”. Per ogni LM è stata misurata la differenza con le misure del modello utilizzato ma, data la diversità riscontrata, non è stata eseguita l’analisi statistica, poiché non avrebbe avuto senso.
In sintesi, il diametro intercanino poteva risultare inferiore del 27% o superiore del 24%; per le larghezze mesiodistali la variabilità era compresa tra -29 e +5% e per gli angoli interdentali arrivava da -81 a +80%. Le LM perpendicolari alle linee di tensione erano quelle che presentavano le misure più simili ai denti dell’aggressore; in particolare, risultavano inferiori le larghezze mesiodistali.
Al contrario, le LM parallele alle linee di tensione erano quelle più deformate: il diametro intercanino risultava molto minore e i denti apparivano più ruotati.
Il movimento della parte distorce la LM sottoponendola a una trazione, ma l’effetto è diverso a seconda della sede anatomica: per esempio, un morso sotto l’ascella cambia di molto con l’abduzione dell’arto ma non così un morso in posizione più caudale sulla parete toracica.
La dentatura
Le distorsioni osservabili rendono poco significative anche le caratteristiche individuali della singola dentatura: per esempio, se un soggetto è chiaramente identificabile per una rotazione di 20° dell’incisivo laterale rispetto al canino adiacente, il rischio di distorsione compreso tra -81 e +80% la rende completamente insignificante ai fini medico-legali. Se a tutto questo si aggiungono i fenomeni in vivo e il fatto che i segni cominciano ad attenuarsi dopo 30 minuti, ci si rende subito conto di quanta prudenza sia necessaria per valutare una LM in un’aula di giustizia.
GdO 2011;1
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