Da poche centinaia a più di mille in pochi mesi: è un risveglio impetuoso quello dei liberi professionisti siciliani che hanno risposto all’appello dell’associazione “Professionisti Liberi - comitato Paolo Giaccone”, presieduta da Enrico Colajanni e nata col sostegno di Addiopizzo e Libero Futuro per lottare contro le mafie. Dopo i commercianti, i consumatori e Confidustria (che dal 2007 espelle gli imprenditori collusi con la mafia e quelli che pagano il pizzo), scendono in campo anche gli iscritti agli ordini professionali.
Nella cornice storica del centenario Teatro Biondo, nel cuore di Palermo, sabato 15 ottobre c’erano più di mille tra ingegneri, medici, avvocati, architetti, odontoiatri, infermieri e altri professionisti che mirano ora a estendersi in tutta Italia. Chi aderisce a questa associazione, che porta il nome di un medico vittima della mafia, si impegna a rispettare un decalogo di norme volte a contrastare qualsiasi coinvolgimento con le attività mafiose (il testo integrale è consultabile sul sito www.professionistiliberi.org). Tra queste, gli aderenti si impegnano a non prestare la propria opera professionale, anche sotto forma di pareri e consigli, a soggetti condannati per mafia o gravi reati, a non concludere affari con soggetti imputati o condannati per mafia, a denunciare qualsiasi forma di pressione mafiosa tesa a condizionare l’autonomia professionale. Esattamente quello che fece Paolo Giaccone, medico legale presso il policlinico di Palermo (che ora porta il suo nome), ucciso per essersi rifiutato di “aggiustare” una perizia dattiloscopica che dimostrava la colpevolezza di un killer mafioso.
Tra i presenti c’era anche Ignazio Pizzo, odontoiatra palermitano, già aderente da alcuni anni ad Addiopizzo. Gli abbiamo rivolto alcune domande.
Ezio, pensi che il 15 ottobre rimarrà una data storica?
In un certo senso, sì. È la prima volta che tanti liberi professionisti, appartenenti a un’ampia varietà di albi, si espongono apertamente contro la mafia, un’organizzazione criminale con la quale vi sono state e continuano a esserci non poche connivenze.
Più precisamente?
Abbiamo avuto casi clamorosi, come quelli dei medici Giuseppe Guttadauro, diventato capo del mandamento di Brancaccio, o di Salvatore “Totò” Cuffaro, ex presidente della regione, ora in carcere per favoreggiamento verso “cosa nostra”. La sanità può essere al centro poi di interessi economici e politici enormi: basta pensare al valore di alcuni appalti, alle nomine e, non ultimo, al business delle prestazioni sanitarie presso i centri convenzionati.
Parliamo del lato B: i professionisti-vittime…
Direi che non siamo tra i più bersagliati. L’imposizione del pizzo sembra essere ancora un fenomeno molto marginale, anche se non vi sono dati precisi. Una delle ragioni potrebbe essere che, a differenza dei negozi e delle attività terziarie, gli studi non si trovano a piano terra ed è meno facile colpirli con i classici sistemi di intimidazione: rompere le vetrine, mettere l’attack nelle serrature, e così via… Ma può anche essere che si paghi il pizzo in altro modo, per esempio facendo prestazioni gratuite. Questo è un fenomeno più diffuso nei supermarket, dove i mafiosi fanno la spesa gratis o impongono l’assunzione di alcune persone, che poi lavorano come e quando pare a loro.
Quasi trent’anni fa, in via Carini, dove fu ucciso il generale dei carabinieri Dalla Chiesa, qualcuno scrisse “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Nel teatro c’era uno striscione “Rinasca da qui la speranza dei palermitani onesti”…
A Palermo l’aria sta cambiando. Sempre più spesso si trova il coraggio di denunciare: tra i miei pazienti c’è un parrucchiere che si è ribellato al pizzo e mi ha raccontato l’emozione di essere andato al processo dove ha riconosciuto l’estorsore. Mi ha detto che prima gli dava regolarmente le “offerte per i detenuti”; poi con la crisi economica, non ce la faceva più a pagare e sono cominciate le intimidazioni. Alla fine ha trovato il coraggio di denunciarlo.
La dimensione del coinvolgimento dei professionisti
A parte pochi casi eclatanti, come i due dentisti condannati nel 2009 dalla corte d’appello di Messina a 11 anni di carcere per associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga, i professionisti al servizio delle mafie agiscono solitamente nelle retrovie o nel back-office, come si usa dire parlando di soldi, anzi di money-transfer. Oggi i professionisti sono di vitale importanza in un’epoca in cui i soldi sporchi devono essere bene e rapidamente “allocati”, nel linguaggio della finanza à la page; un’epoca in cui a don Vito Corleone non basterebbe più il “consigliori” istruito che lo affiancava una volta. Ora le mafie hanno bisogno di uno stuolo di consulenti finanziari, tecnici, legali, logistici ma anche di medici che falsificano certificati ed esami per ottenere gli arresti domiciliari oppure (è successo a Palermo) del dentista che mette a disposizione una sua proprietà per nascondere un arsenale. A tutto questo mondo di colletti bianchi, più o meno direttamente al servizio delle mafie, bifronti come sepolcri imbiancati , è dedicato “La zona grigia” un libro-denuncia scritto da Nino Amadore, giornalista de il Sole 24ore. Un libro che è costato anche minacce e intimidazioni a lui e al direttore del quotidiano. Siamo andati a intervistare l’autore per capire meglio il fenomeno.
Che dimensioni ha il coinvolgimento dei medici nelle mafie?
Purtroppo non sono disponibili cifre precise sul numero dei professionisti sanitari coinvolti ma alcuni di essi hanno avuto un ruolo di primo piano come, per esempio, Giuseppe Guttadauro, capo del mandamento di Brancaccio, e Michele Navarra, boss di Corleone negli anni ’50. Solo in Sicilia nel complesso sono circa 400 i liberi professionisti indagati o rinviati a giudizio negli ultimi dieci anni.
E fuori dalla Sicilia?
Basta ricordare le due maxi inchieste sulla sanità lombarda che poco tempo fa hanno portato all’arresto del direttore generale dell’Asl di Pavia, considerato uomo al servizio della ‘ndragheta.
Che cosa dovrebbero fare gli Ordini?
Gli Ordini hanno un ruolo importante nella società.
Ecco perché io credo che una condanna chiara senza equivoci della mafia, che abbia magari un riscontro nei codici deontologici, potrebbe avere un effetto rivoluzionario.
E impedire, per esempio, che un commercialista, sospettato di aver riciclato il denaro di una cosca, possa dire: “mica posso chiedere la fedina penale ai miei clienti!”.
GdO 2011;12
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