Una protesi dentale di quattro secoli fa è stata trovata tra i resti della famiglia Guinigi, antica casata di Lucca, la cui tomba si trova nell'omonima cappella all'interno del complesso conventuale di San Francesco a Lucca. Il reperto è stato scoperto e studiato dalla divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa che da alcuni anni si sta occupando dello studio osteoarcheologico dei resti umani appartenenti alla famiglia Guinigi,
Durante la pulizia e il restauro dei resti scheletrici rinvenuti mescolati all'interno della tomba collettiva dei Guinigi, si legge sul sito dell'Ateneo, "è venuta alla luce una protesi dentaria in oro di particolare interesse, sia per le modalità di esecuzione, sia per la rarità del ritrovamento".
Lo studio del prezioso reperto è stato effettuato dalla dottoressa Simona Minozzi della Divisione di Paleopatologia del dipartimento di Ricerca Traslazionale e delle Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia, con la collaborazione del professor Gino Fornaciari, della professoressa Valentina Giuffra e del dottor Antonio Fornaciari.
"Lo studio del contesto archeologico non ha permesso una datazione precisa per la protesi che comunque si colloca tra la fine del XIV secolo e l'inizio del XVII secolo e il XVII secolo, e malgrado esistano descrizioni di apparecchi simili nei testi del periodo, non sono conosciute altre evidenze archeologiche - spiega Simona Minozzi - La protesi dentaria ritrovata nella tomba dei Guinigi è quindi la prima testimonianza di protesi dentale di questo periodo storico e aggiunge un prezioso tassello alla storia dell'odontoiatria". I risultati dello studio sono stati pubblicati in questi giorni sulla rivista Clinical Implant Dentistry and Related Research.
La protesi, spiegano i ricercatori, è formata da cinque denti mandibolari umani tenuti assieme da una lamina metallica in oro; la forma e le dimensioni la rendono adatta alla sostituzione dell'arcata anteriore mandibolare. I denti, canini e incisivi disposti senza rispettare la corretta sequenza anatomica, appartengono a individui diversi. Per la realizzazione dell'apparecchio la radice di ciascun dente è stata limata e tagliata longitudinalmente; all'interno del taglio è stata inserita una sottile lamina d'oro alla quale i denti sono stati assicurati attraverso piccoli perni. La lamina fuoriesce ai due lati della protesi con due alette piegate ad S, sulle quali sono presenti due piccoli fori che garantivano l'ancoraggio ai denti ancora in situ nella mandibola, di cui non è però stata trovata traccia. Infatti, i tentativi di associazione con le numerose mandibole rinvenute nella tomba collettiva che raccoglieva i resti di quasi un centinaio di individui, sepolti assieme alla protesi, non hanno dato esito positivo. In ogni caso, la presenza di un deposito di tartaro sulla superficie dei denti dimostra che l'apparecchio fu portato a lungo.
Indispensabile, per comprendere la struttura della protesi, è stata, spiegano i ricercatori, la micro-CT, effettuata dal prof. Piero Salvadori e dal dott. Daniele Panetta dell'Istituto di Fisiologia Clinica del CNR. Inoltre, grazie alla collaborazione con il prof. Massimo De Sanctis e la dott.ssa Randa Ishak, del dipartimento di Ingegneria Civile ed Industriale, è stato possibile effettuare l'analisi metallografica attraverso la microscopia elettronica a scansione. Lo spettro a raggi X della lamina ha rivelato la composizione della lega metallica utilizzata, che ha un contenuto medio di Oro del 73%, 15,6% di Argento e 11,4% di Rame.
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