Diventa definitiva la sentenza penale nei confronti del dott. Gian Antonio Favero, ex direttore della Clinica odontoiatrica di Padova “per avere dirottato pazienti della struttura pubblica ai propri ambulatori privati”. L’inchiesta era partita da un filmato di Striscia la Notizia nel quale si vedeva il prof. Favero informare dei pazienti della possibilità di effettuare cure più complesse in strutture private di sua proprietà.
Secondo quanto riportato da Il Gazzettino, “ la Cassazione ha respinto l'impugnazione del verdetto d'Appello-bis, che aveva visto il patteggiamento del professore a un anno di reclusione (con l'assegnazione di una provvisionale di 100.000 euro a favore dell'Azienda ospedaliera), 'per avere dirottato pazienti della struttura pubblica ai propri ambulatori privati'. Nel frattempo uno dei centri già controllati dal luminare dell'implantologia ha perso il ricorso in Consiglio di Stato contro la revoca dell'accreditamento istituzionale da parte della Regione”.
La sentenza della Cassazione chiude un iter processuale complesso partito nel luglio del 2014 con la condanna del Tribunale di Padova a due anni e due mesi e al risarcimento di 500.000 euro per i reati di abuso in atti d'ufficio consumato e tentato. Nel 2015 la Corte d'Appello di Venezia l'aveva assolto “perché il fatto non sussiste”, ma nel 2016 la Suprema Corte aveva annullato il provvedimento. Nel 2017, il dott. Favero avrebbe preferito concordare la pena di un anno e la provvisionale di 100.000 euro.
Con una lettera pubblicata oggi su Il Gazzettino l’avvocato Antonio Franchini, legale del dott. Favero precisa:
“Innanzitutto va detto che tutti i pazienti il cui nominativo era riportato nel capo d'imputazione da parte della Procura della Repubblica si sono sottoposti, presso la Clinica del prof. Favero, al c.d. trattamento a carico immediato, altrimenti detto all on four. La circostanza non è di poco momento laddove si deve considerare che dalle risultanze processuali è emerso da un lato che nonostante le ripetute richieste del prof. Favero di dotare l'Azienda Ospedaliera di un laboratorio interno per poter praticare tale tecnica innovativa anche nella struttura pubblica, l'Azienda Ospedaliera di Padova ha scelto per ragioni economico-gestionali di non dotarsene (rinunciando quindi alla possibilità di praticare l'all on four), dall'altro che agli atti del fascicolo vi è una lettera inviata dal Direttore Generale al prof. Favero con la quale quest'ultimo viene espressamente autorizzato ad inviare i pazienti che richiedevano il trattamento c.d. a carico immediato a strutture private esterne. Strutture private esterne che, all'epoca dei fatti, non esistevano, poiché le uniche dove si praticava tale innovativa tecnica implantologica erano quelle nelle quali operava il prof. Favero. Non va inoltre taciuto che il prof. Favero, nel mettere al corrente i pazienti della possibilità di essere curati con il trattamento c.d. a carico immediato che, per inciso, si ricorda essere meno invasivo, meno doloroso, di durata molto più breve rispetto all'implantologia tradizionale e meno costoso, adempiva correttamente ad un preciso obbligo deontologico, cioè quello previsto dall'art. 32 del codice di deontologia medica che impone al medico di informare compiutamente i pazienti di tutte le possibilità terapeutiche esperibili nel caso concreto. Altro profilo che si ritiene molto importante è che la sentenza di applicazione della pena emessa dalla Corte d'Appello di Venezia in sede di rinvio (sentenza divenuta ora definitiva) non esprime alcuna valutazione nel merito proprio perché è stata avanzata dalle parti concordemente istanza di applicazione della pena. Istanza che è stata avanzata non già perché sia stato dimostrato che il prof. Favero abbia dirottato i pazienti ma per problematiche di tipo amministrativo peraltro risolte dal prof. Favero con l'amministrazione di appartenenza già dal dicembre 2011”.
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