Il titolo riprende quello utilizzato nel 2004 da Cosma Capobianco, collaboratore del GdO e uno dei primi iscritti al corso di laurea in Odontoiatria e protesi dentaria, in un articolo che celebrava i primi vent’anni dalla prima laurea. Da non odontoiatra non riesco a evidenziare gli aspetti “emozionali” di questo anniversario (comprendendo però la portata storica). I contributi di odontoiatri oggi noti, che erano iscritti al primo anno del corso di laurea, sono riusciti a raccontare le sensazioni e i problemi che la professione ha attraversato in questi primi trent’anni. Un titolo di studio giovane, certo, che nonostante abbia raggiunto la piena autonomia, sulla carta, fatica ancora a essere preso in considerazione. Un po’ come capita oggi ai trentenni considerati “bamboccioni” perché non riescono a spiccare il volo. Ma chi critica, non considera il fatto che la colpa sia della società, della classe dirigente, che impedisce loro di volare. È di questi giorni la notizia delle polemiche a proposito di un ottantenne, amministratore delegato di un noto gruppo bancario, che ha criticato la decisione di essere stato escluso della carica: “Avevo ancora molto da dare” avrebbe detto. Poi è stato sostituito con un settantenne. Anche nel settore odontoiatrico alcuni esempi confermano come il governo della professione sia ancora in mano a laureati in Medicina. La prima conferma, puramente formale, l’abbiamo dal numero degli iscritti all’Albo degli odontoiatri: stando ai dati Fnomceo gli odontoiatri puri iscritti all’Albo sono 25.787, mentre quelli iscritti anche a quello dei medici sono 30.342.
Certo, gli odontoiatri sono meno dei medici. Vero, ma molti medici che fanno i dentisti hanno deciso di iscriversi al solo Albo degli odontoiatri. E questo potrebbe essere una sorta di scelta di campo. Anche sul fronte della rappresentatività le cose non vanno meglio: nessun laureato in Odontoiatria occupa le poltrone che contano a livello nazionale. Solo diciannove presidenti provinciali Cao sono laureati in Odontoiatria. Il presidente nazionale Cao, il presidente nazionale Aio, il presidente di FondoSanità, il presidente Cic, il presidente nazionale Andi (anche se uno dei due canditati alla presidenza, Prada, è laureato in Odontoiatria) sono laureati in Medicina e hanno mantenuto la doppia iscrizione. Si distingue il vicepresidente Enpam Giampiero Malagnino, laureato in Medicina e specializzato in Odontoiatria, che dal 1986 ha scelto di iscriversi al solo Albo degli odontoiatri. Va un po’ meglio nel mondo universitario, dove i laureati in Odontoiatria cominciano a “prendere” possesso dei posti che contano. Certamente, questa della doppia iscrizione è una questione più formale che concreta: tutti questi rappresentanti lavorano per il bene della professione e degli odontoiatri, battendosi per ottenere più autonomia e rappresentatività. Lo speciale vuole rendere conto delle difficoltà di riconoscere quel diploma di laurea specialistico appena attivato, di prenderlo sul serio, almeno all’inizio. Durante un intervento a una tavola rotonda sul futuro Albo degli odontoiatri, un noto esponente dell’odontoiatria di allora evidenziava come l’approvazione della legge che istituì l’Albo degli odontoiatri avrebbe potuto favorire l’abusivismo generando confusione verso i pazienti e creando, oltre al medico, una nuova figura che potesse curarlo: l’odontoiatra. E nei primi anni tanti sono i racconti di episodi che evidenziano piccoli screzi tra medici e giovani odontoiatri. Tra i più banali ma significativi la mancata consegna da parte di alcuni Ordini del distintivo-adesivo con la croce e il bastone di Esculapio. Diffidenza nata forse perché l’Italia fu obbligata dall’Europa ad attivare il Corso di laurea in odontoiatria: una decisione imposta e non condivisa. E questo ha di fatto impedito la netta separazione tra medico e odontoiatra in questi trent’anni. Non aver preso, da subito, seriamente in considerazione la laurea in Odontoiatria, pensando che tanto il medico avrebbe comunque potuto fare anche il dentista, ha condizionato le scelte di molti studenti ai quali probabilmente veniva presentata la nuova laurea come di serie B.
E per questo hanno scelto di frequentare quella in Medicina, pensando poi di conseguire la specializzazione - possibilità questa che, nel corso degli anni è stata cancellata per legge. Quanti ricorsi e leggi ad hoc sono servite per sanare questa situazione. L’ultima sanatoria è di pochi mesi fa: ha consentito ai ritardatari, già ritardatari, - circa 200 - di iscriversi a un corso obbligatorio per sostenere l’esame e ottenere la facoltà d’iscrizione all’Albo degli odontoiatri pur non avendone i requisiti di legge. Oggi, a trent’anni dall’istituzione della laurea specialistica, l’odontoiatria è senza dubbio una professione completa, indipendente, forse la prima vera professione sanitaria specialistica autonoma, ma ancora non riesce a ottenere una piena dignità. Non tanto per la convivenza nello stesso Ordine o Ente previdenziale con i medici, ma per esempio nel dover sottostare a regole tipiche di una laurea “tuttologa” come quella di medicina. Ancora oggi i laureati in Odontoiatria per poter diventare dirigenti medico o anche solo per poter essere assunti in molte Asl devono avere un diploma di laurea specialistica, nonostante la loro laurea sia già specialistica.
Certamente ha ragione un odontoiatra quando, parlando di queste questioni, mi ha detto: “Già oggi si fatica a trovare un medico specialista che voglia farsi assumere in un ospedale pubblico per fare il dentista e tra alcuni anni i doppi iscritti andranno in pensione. Sarà la necessità di trovare dentisti che lavorino nel pubblico a mettere a posto le cose e non l’attivazione di poche scuole di specialità che diplomano tre o quattro specialisti l’anno”. Pesiamo poi alla pletora odontoiatrica. Ancora oggi si indica nella laurea in Odontoiatria la causa dell’alto numero di esercenti la professione nonostante i dati indichino chiaramente (anche quelli relativi agli ultimi tre anni lo confermano) che sono più i laureati in Medicina a iscriversi all’Albo degli odontoiatri di quanti siano i laureati in Odontoiatria. Ma al di là di questi aspetti molto formali, concordo con quanto si augura il presidente della Cao di Milano che riporta la professione al suo essere: curare la persona. “Un’umanizzazione - scrive Brucoli - che però non può essere demandata solo a una legge, ma deve partire innanzitutto dal cuore di chi cura le persone. Molto può fare la formazione universitaria (il passaggio da cinque a sei anni può essere un’occasione) se la si indirizza, oltre che alla crescita scientifica, anche a quella della coscienza.” Alla fine, aggiungo io, la laurea è solo uno degli strumenti per “essere” odontoiatri.
GdO 9;2010
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