Caro prof. Guastamacchia,
ti comunico che in seguito alla iniziativa dell’ANDI di dettare le tariffe minime/massime, ho rassegnato le mie irrevocabili dimissioni dall’associazione della quale ero socio dall’epoca della laurea (1972).
Le ragioni possono essere così riassunte:
1) l’ANDI è un sindacato che non tutela la mia professionalità
2) l’ANDI non tutela la salute dei cittadini
3) l’ANDI non tutela i miei interessi
4) l’ANDI non tutela i giovani laureati
5) l’ANDI non tutela l’odontoiatria.
Ritengo che oggettivamente queste siano responsabilità dell’attuale dirigenza, ovviamente dal mio punto di vista.
Ritengo insanabile la frattura esistente tra le mie idee e quelle della dirigenza ANDI.
Di qui, le mie dimissioni. Che sentimentalmente, per molti motivi, mi rattristano.
Un caro saluto
Roberto Weinstein
Egregio prof. Guastamacchia,
sono certo che esporrò il fianco nel sottolineare che non ho abbastanza competenze specifiche per esprimere un giudizio sull’articolo “Ecco il prezzo giusto dal dentista” pubblicato sul Corriere della Sera del 25 novembre. Tuttavia almeno il titolo mi ricorda una trasmissione in cui Iva Zanicchi la faceva da padrona.
Pur confortato da anni di fidelizzazione, mi chiedo cosa penseranno i pazienti dopo averlo letto e aver fatto gli inevitabili confronti.
Un affettuoso saluto
Aldo Crespi
Caro Direttore,
la recente pubblicazione sul Corriere della Sera di un articolo in cui si riportano delle tariffe minime e massime consigliate da ANDI ha provocato forte sconcerto tra i colleghi che ho avuto modo di sentire.
Il tariffario minimo è stato recentemente abolito dal decreto Bersani, mentre il tariffario massimo non era mai stato proposto. L’iniziativa dell’associazione ha perciò sorpreso, in quanto inaspettata. Non esistendo infatti ancora una norma legislativa che obblighi ad individuare delle tariffe massime, è possibile che un’associazione, che si individua come sindacato nazionale di categoria, si sostituisca al legislatore proponendo un ulteriore vincolo e non un vantaggio per la categoria che intende rappresentare? È questo il reale interesse dei soci iscritti?
Credo che, in questa vicenda, siano stati fatti errori sia di metodo che di merito. Le modalità con cui sono state diffuse queste informazioni sono, per un socio ANDI, sconcertanti. Si è scelto, infatti, di diffondere questo tariffario alla stampa e alla televisione prima ancora di sottoporlo al giudizio dei soci, come sarebbe stato normale, in assemblee provinciali.
Il nomenclatore e il tariffario, qualora si decida di proporli, dovrebbero essere poi la conseguenza di uno studio compiuto per determinare delle linee guida per gli standard minimi qualitativi. Le uniche linee guida riconosciute e pubblicate sono quelle approvate dall’assemblea nazionale ANDI alla fine degli anni ‘90 e diffuse, grazie ad un numero speciale di Dental Cadmos, a tutti i colleghi.
Da allora, ufficialmente, non si sono apportate più modifiche a quel testo, mentre le procedure odontoiatriche credo siano profondamente mutate. Proporre perciò un nomenclatore e ciò che ne deriva, tariffario con relativo tempario, senza conoscere le caratteristiche che deve avere la procedura clinica in questione, credo sia un elemento di scarsa trasparenza.
A chi giova individuare tariffe univoche per l’intero territorio nazionale senza sapere oggettivare ciò di cui si sta parlando? Non è forse questo il metodo migliore per facilitare l’avvento di convenzioni dirette con terzi paganti? Tutto ciò è nel reale interesse dei nostri pazienti e della categoria che ci si propone di rappresentare?
Un caro saluto
Claudio Procopio
Caro Direttore,
la recente pubblicazione, da parte di un’importante associazione sindacale, del tariffario minimo e massimo su uno dei più diffusi quotidiani nazionali, senza la condivisione, oltre che della categoria, degli iscritti alla stessa associazione, mi ha amareggiato e preoccupato.
Preoccupato, perché vedo in questa discutibile iniziativa la volontà di imporre un nuovo modello di odontoiatria, dove il dentista è un semplice “venditore” di prestazioni sanitarie e il prezzo l’unico parametro per definire e valutare la prestazione odontoiatrica (e la qualità?).
Amareggiato, perché io mi considero ancora un medico odontoiatra che cura il proprio paziente, per trarne anche un profitto, certamente, ma con l’obiettivo di creare un rapporto di reciproca fiducia con il paziente che per me non è un consumatore, ma un essere umano. Ricondurre tutto ad un mero rapporto commerciale è veramente avvilente.
Si potrebbe eventualmente parlare di tariffario equo, non massimo.
Da sempre ti batti per una professione libera, quella professione che ha fatto dell’odontoiatria italiana una delle migliori del mondo. Sarei lieto di conoscere il tuo parere su questo argomento, perché sono sicuro che anche tu sei un odontoiatra che cura esseri umani e non un venditore di otturazioni e protesi.
Con stima e affetto
Francesco Di Gregorio
Presidente Dentisti Italia
Caro Direttore,
le sembra corretto che la nostra associazione di categoria, senza una preventiva condivisione e approvazione da parte dei suoi iscritti, pubblichi sui media un tariffario di riferimento, fornendo per di più un ipotetico tempario (strumento in uso all’inizio del secolo scorso nelle fabbriche per produrre, nei tempi stabiliti dal padrone, un prodotto alla catena di montaggio)? Perché non si fa cenno alla qualità, alle norme igieniche, all’etica? Perché non si considera la professionalità di cui dobbiamo essere alfieri?
Siamo ancora liberi professionisti che ci siamo liberamente iscritti alla nostra libera associazione, o forse dobbiamo abituarci a nuove forme dittatoriali?
Uniamoci per mantenere l’odontoiatria italiana al più alto livello, per il bene della professione e dei nostri pazienti. Vorrei proporre un motto: “dens sano in odontoiatria sana”. Perdoni lo sfogo, ma gradirei ricevere un suo saggio commento.
Ezio Carlo Rossi
Presidente Dentisti Milano
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