"Mi fa male tutta la gengiva, prioprio qui, in basso a destra". Quante volte è capitato che, dopo queste prime poche parole del paziente, si risponde: "D'accordo, ora mi faccia vedere"?
È stato calcolato che mediamente un paziente dispone di 18 secondi per esporre i propri sintomi prima di essere interrotto con domande volte a focalizzare il discorso sulle informazioni che il professionista ritiene necessarie.
E forse 18 secondi sono un tempo troppo limitato per inquadrare il paziente, capire di che cosa soffre e vedere la malattia nella sua interezza e nel contesto della storia di quella specifica persona. Così almeno la pensano i professionisti che hanno adottato l'ap-proccio della cosiddetta "medicina narrativa", o "narrative-based medicine" come è chiamata nei Paesi anglosassoni, i quali ritengono che il libero racconto del paziente riguardo alla sua sofferenza aiuti non solo la diagnosi, ma anche l'efficacia della cura e la soddisfazione sia del professionista sia dell'assistito.
Naturalmente anche i pazienti odontoiatrici possono essere trattati adottando questo metodo; possiamo capire come grazie alle parole di Clelia Mazza, docente universitaria e vice-presidente nazionale dell'associazione Igienisti dentali italiani, che nello svolgere la sua professione ha deciso di adottare l'ap-proccio della medicina narrativa.
Un caso di miastenia generalizzata e isolamento
"Posso raccontare di una mia paziente di 38 anni" spiega al Giornale dell'Odontoiatra Clelia Mazza "affetta da miastenia generalizzata e da parodontite lieve aggravata dall'assunzione di farmaci immunosoppressori e cortisone. La donna, una volta messa a suo agio e invitata a parlare dei suoi disturbi, ha descritto non solo tutti i sintomi legati alle patologie ma anche il fatto di avere difficoltà nell'uscire di casa e una sorta di disagio nel prendere parte alla vita sociale.
Grazie alla sua disponibilità a raccontare e a quella dell'igienista ad ascoltare si è via via instaurato un rapporto di fiducia che ha portato la paziente a sentirsi compresa e al centro dell'attenzione; a questo punto la paziente è stata disposta a raccontare aspetti di sé e delle sue abitudini che mi hanno consentito di fornirle indicazioni adatte alla sua situazione specifica come, per esempio, l'uso dello spazzolino elettrico al posto di quello manuale, per via delle difficoltà nel muovere agilmente le mani causate dalla miastenia.
Questo rapporto fatto di racconto e di ascolto, di fiducia ottenuta e di comprensione ha permesso di motivare la paziente e ottenere l'aderenza al programma di cura, elemento che costituisce il vero successo della terapia di igiene orale, e a farle acquisire una nuova sicurezza."
Che cos'è la medicina narrativa
Come si può vedere da questo primo racconto, la medicina narrativa è basata sulle abilità di comunicazione ed empatia del professionista della salute.
"È l'unione di capacità mediche e comunicative che consentono di prestare realmente attenzione a una storia di malattia e sofferenza, collocandola nel contesto specifico della vita del paziente attraverso la creazione di un rapporto paritario e di cooperazione tra chi presta le cure e l'assistito" continua Clelia Mazza.
"Con la medicina narrativa è possibile uscire da un approccio paternalistico della medicina e restituire centralità al paziente, alla sua sofferenza e alla sua storia per arrivare a una visione più completa e approfondita riguardo a come si pone nei confronti della malattia; quest'ultima, inoltre, non è più intesa come disease, ossia un insieme di sintomi valutabili in modo quantitativo, ma come illness, ossia la complessità del disturbo e delle sue manifestazioni osservate da un punto di vista soggettivo e qualitativo.
L'ascolto
È necessario avere la capacità di ascoltare il racconto fino in fondo e da questo ricostruire il percorso emotivo che il paziente ha affrontato." Viene da chiedersi se l'igienista, l'odontoiatra o il medico non rischiano di essere troppo vicini al paziente e accollarsi il carico emotivo che la sofferenza comporta?
"Questo è un rischio che l'operatore sanitario è preparato a gestire; la necessità di evitarlo non deve, però, limitare la capacità di comprendere il paziente. Il rapporto creato dalla medicina narrativa, paritario ed empatico, non deve infatti essere confuso con l'identificazione, ossia il processo che comporterebbe il passaggio del carico emotivo sul professionista; si tratta invece di un reale coinvolgimento, di una conoscenza emotiva dell'altro che consente di comprendere e di utilizzare elementi del racconto, altrimenti inaccessibili, per curare il paziente.
Una volta ascoltato il racconto con pazienza, attenzione e atteggiamento comprensivo, infatti, il professionista della salute deve avere la capacità di cogliere gli aspetti utili a produrre una diagnosi completa, definire un trattamento adatto e motivare il paziente a portarlo a termine."
Bibliografia
1. Beckman HB, Frankel RM.
"The Effect of Physician Behavior on the Collection of Data"
Ann Intern Med 1984;101(5):692-6.
2. Charon R.
"Narrative Medicine. A model for empathy, reflection, profession and trust"
JAMA 2001;286(15):1897-902.
Leggi l'intero servizio dedicato alla medicina narrativa:
- Come diventare professionisti che adottano l'approccio della medicina narrativa
- Un caso di schizofrenia e "trasformazione"
- I siti dove a parlare sono i pazienti
- Rita Charon, pioniera della disciplina
GdO 2012:5:2-3
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