Dopo l'impianto di una protesi dentaria il signor Genovesi (il nome è di fantasia) avverte fastidio e, più in generale, sintomi riconducibili a un'infiammazione delle mucose gengivali. Poiché sa di essere allergico al nichel, il paziente si rivolge a un secondo odontoiatra chiedendo di rimuovere la protesi che gli causa problemi e di sostituirla con una che sicuramente non contenga nichel.
La protesi viene dunque sostituita e i disturbi svaniscono, ma la vicenda non termina con questo lieto fine: il paziente si rivolge a un avvocato che lo aiuti a dimostrare di aver subito un torto dall'odontoiatra che ha effettuato il primo intervento il quale, secondo la sua ipotesi, ha commesso un errore scegliendo una protesi inadatta.
E a questo punto il paziente e il suo avvocato richiedono il parere di un esperto consulente di parte.
Le competenze del consulente
Il nome del paziente è frutto di invenzione ma la vicenda è assolutamente vera: si tratta di uno dei casi affrontati da Danilo De Angelis, odontologo forense del Labanof, dipartimento di Morfologia umana e scienze biomediche dell'Università degli Studi di Milano, e consulente in casi di contenzioso odontoiatra-paziente. Il signor Genovesi e il suo avvocato si sono infatti rivolti a lui per dimostrare che il primo odontoiatra aveva commesso un errore.
Danilo De Angelis ci spiega allora che cosa serve per essere in grado di giudicare il lavoro di un collega. "Per valutare se un lavoro odontoiatrico sia stato ben eseguito e se le sue conseguenze siano riconducibili a una prevedibile complicanza, siano frutto di casualità o di colpa, innanzitutto non bisogna basarsi sul proprio modo di lavorare come odontoiatra" spiega De Angelis; "quando siamo in studio e proponiamo un trattamento al paziente ci basiamo su ciò che pensiamo sia meglio per la sua situazione e sulle nostre capacità di trattare quel caso; fare il consulente, invece, è un ruolo che comporta un metodo così differente che pensare a come noi avremmo eseguito il trattamento costituisce un approccio totalmente sbagliato.
Il consulente, infatti, deve saper costruire pareri basati sull'oggettività delle conoscenze scientifiche di-sponibili, e per questo una delle sue competenze principali è quella di portare studi scientifici a sostegno del suo parere professionale. In pratica, il consulente deve saper cercare nella letteratura scientifica i lavori che trattano l'argo-mento di interesse, saperne valutare la valenza e scegliere su quali basare il parere richiesto".
Quello del consulente è dunque un lavoro che, basandosi su criteri di oggettività, mette in salvo il professionista da conflitti di tipo emotivo, ma "purtroppo non è così facile" continua De Angelis. "Sicuramente l'obiettivo di essere scientifici e rigorosi è il punto cruciale di questo lavoro, sia quando si è consulenti di parte sia quando si interviene come esperti chiamati da un giudice in tribunale. Ma questo obiettivo non si raggiunge facilmente e talvolta comporta una notevole fatica emotiva. Per questo preferisco non accettare casi che riguardano miei conoscenti o parenti, perché il coinvolgimento emotivo e il rischio di non essere obiettivo sarebbe troppo elevato; per lo stesso motivo consiglio a chiunque intraprenda la professione di evitare questo genere di incarichi".
A caccia di nichel
Il primo odontoiatra del signor Genovesi, una volta applicata la protesi, gli aveva consegnato la dichiarazione di conformità che riporta l'elenco dei materiali da cui è composta. Il foglio, come di consueto, riportava il nome commerciale della lega metallica che costituiva la protesi, lega che ufficialmente non contiene nichel. "Il paziente mi ha chiesto di effettuare un'analisi della protesi, che aveva conservato, per verificare senza ombra di dubbio la presenza di nichel" racconta De Angelis. "Io ho cercato di dissuaderlo dal procedere con la verifica di quanto riportato dal produttore della protesi poiché l'analisi è complessa e richiede l'utilizzo di un microscopio a scansione elettronica a emissione di raggi X; il paziente però, forte del disagio che aveva subito, ha deciso ugualmente di procedere con l'analisi".
"Come mi aspettavo", continua De Angelis, raccontando il responso, "le informazioni fornite dal produttore erano assolutamente vere e l'odontoiatra in questo caso non aveva commesso errori in merito alla scelta della lega metallica: la protesi non conteneva alcuna traccia di nichel. Ciò che penso sia avvenuto è semplicemente il fallimento del rapporto tra il paziente e il suo odontoiatra con la conseguente percezione da parte del paziente di essere stato truffato: quando si perde la fiducia, è facile cogliere sintomi di disagio e attribuirli a ciò che riteniamo sia stato un errore e al relativo colpevole; questo è, purtroppo, un esempio di ciò che rilevo nella maggior parte dei casi di cui mi occupo, ossia un progressivo deterioramento del rapporto che può, in alcuni casi, sfociare persino in una causa di tipo penale".
Le verifiche
Naturalmente non in tutti i casi di contenzioso la verifica richiesta prevede l'uso di strumentazioni particolari come il microscopio a scansione elettronica; "al contrario, secondo la mia esperienza, spesso i casi riguardano per esempio gli esiti di una devitalizzazione, lesioni nervose, sinusiti o perimplantiti".
Un problema di relazione?
Resta da capire in quanti casi di contenzioso viene accertato un errore da parte dell'odontoiatra. "Per quello che riguarda la mia esperienza, difficilmente mi è capitato di poter dimostrare errori da parte dell'odontoiatra; per questo ritengo che il più delle volte il contenzioso riguardi un problema di relazione e di aspettative che in particolare il paziente ha riguardo agli esiti delle cure.
Quello che è probabilmente avvenuto tra il signor Genovesi e il suo odontoiatra è simile a ciò che ritrovo nella maggior parte dei casi che affronto come consulente, ossia un difetto nella comunicazione tra odontoiatra e paziente sfociato nella mancanza di fiducia e in un sentimento di rivalsa" afferma De Angelis. "Se il paziente costruisce aspettative non credibili riguardo a un trattamento rimarrà sicuramente deluso; questo non riguarda solo il risultato estetico di un trattamento ma anche, per esempio, una complicanza comune come un edema postchirurgico che il paziente non si aspetta e che invece gli impedisce di recarsi a lavoro come aveva programmato. Tutte le conseguenze inattese possono, nella mente del paziente, essere percepite come un errore dell'odontoiatra anziché possibili complicanze di una determinata procedura".
O un problema di sentire?
Abbiamo girato a De Angelis un'altra domanda. È dunque il sentire comune attuale che dimentica l'esistenza delle complicanze e della possibilità di insuccesso intrinseca di un trattamento e classifica ogni evento come "successo terapeutico" o come "errore medico"?
"Sicuramente ciò che le persone conoscono della medicina, e il modo in cui essa è proposta dai mezzi di informazione, porta in questa direzione: oggi l'informazione sanitaria vive una sorta di 'schizofrenia', esaltando da un lato i meravigliosi prodigi della scienza che tutto può curare e demonizzando dall'altro gli eventi negativi classificandoli quasi sempre come casi di 'malasanità', facendo probabilmente in questo modo 'malainformazione'".
Nell'ambito ristretto del suo studio, l'odontoiatra può fronteggiare questo comune modo di pensare: "Gli strumenti che ha a disposizione, ossia il consenso informato e una prima visita ben condotta, vanno sicuramente ripensati perché possano servire a informare il paziente in modo onesto e completo riguardo alla sua patologia, alle alternative terapeutiche disponibili e alle possibili complicanze di questi interventi, in modo da rendere le aspettative credibili e da limitare il rischio che la comunicazione medico-paziente sfoci nell'incomprensione e nel risentimento.
A chi pensa che queste siano misure cautelative che proteggono solo l'odontoiatra, posso dire che un chiaro consenso informato possa davvero essere l'inizio di un rapporto onesto e soddisfacente tra dentista e paziente".
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GdO 2012;8:9
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