Controllano le dogane e combattono lodevolmente l’evasione fiscale. Ma per molti lavoratori autonomi, odontoiatri compresi, i militari della Guardia di Finanza (Gdf) sono spesso (o quasi sempre) degli ospiti poco desiderati. Già, perché l’arrivo nello studio delle Fiamme Gialle, incaricate di effettuare qualche ispezione, può costringere un professionista - anche chi non ha nulla da nascondere - ad affrontare qualche grattacapo burocratico, dispendioso di tempo ed energie. Documenti di bilancio, copie delle fatture, ricevute dei versamenti, carte e “scartoffie” di vario tipo devono spesso essere rispolverate prontamente dal titolare di un ambulatorio dentistico per rispondere alle richieste della Gdf. Prima di fare allarmismi, però, è bene tenere a mente due cose. Innanzitutto, l’eventualità di un’ispezione da parte delle Fiamme Gialle non è frequentissima per i cittadini italiani: ogni anno, infatti, le attività di controllo vengono effettuate su un campione limitato di contribuenti, che corrisponde a non più del 4-5% del totale. In secondo luogo, come molti odontoiatri sapranno già da tempo, per le attività fiscali dello studio è consigliabile sempre farsi aiutare da un commercialista che, essendo pagato per il suo lavoro, ha il compito di conservare con cura i documenti dello studio e le relative copie per poi recuperarli ed esibirli di fronte a qualsiasi funzionario pubblico, in caso di necessità. Sta di fatto, comunque, che anche i dentisti, benché poco avvezzi a trattare di tematiche relative alle tasse e ai tributi, non devono mai farsi trovare impreparati di fronte alla Guardia di Finanza che bussa alla porta. Per questo è meglio farsi un’idea di quali sono i binari su cui si muovono di solito le ispezioni. Infatti i controlli seguono un iter ben preciso, che si concentra su diversi fronti.
Le spese al setaccio
Uno dei più importanti ambiti investigativi è rappresentato dalle verifiche sulle voci di spesa dell’ambulatorio, che, com’è facilmente intuibile, svolgono un ruolo importante nella determinazione del reddito dichiarato e, di conseguenza, incidono sull’ammontare delle tasse dovute ogni anno dal professionista. I documenti sui costi sostenuti dal titolare dello studio vanno conservati con particolare cura, in quanto servono agli ispettori del fisco per verificare se sono state seguite alla lettera le rigide regole imposte dalla legge. Occorre ricordare, infatti, che le voci di spesa più comuni possono essere dedotte dal reddito imponibile soltanto entro determinati limiti. È il caso, per esempio, di quelle pagate per le prestazioni alberghiere - se il titolare dello studio ha soggiornato fuori casa per motivi di lavoro. Queste voci di costo sono deducibili soltanto fino al 75% del loro ammontare e, in ogni caso, per un valore che non può superare il 2% di tutti i compensi percepiti dal professionista.
Stesso discorso per le spese di rappresentanza, che possono essere conteggiate fiscalmente soltanto fino a un massimo dell’1% dei ricavi fatturati.
Senza dimenticare, poi, le somme di denaro pagate dal contribuente per la partecipazione a convegni, congressi oppure a corsi d’aggiornamento professionale: anche in questo caso, la legge fissa dei paletti ben precisi, imponendo la deducibilità dal reddito fino al 50% del loro ammontare.
Le fatture ai raggi X
Il secondo fronte su cui si concentrano le ispezioni delle Fiamme Gialle è rappresentato dalle verifiche sulle procedure con cui il professionista - affiancato da un consulente di fiducia - ha calcolato il proprio reddito imponibile, scritto nero su bianco all’interno del Modello Unico. In questo caso, assumono particolare importanza le fatture, che devono essere conservate con cura dal professionista e, com’è ovvio, corrispondere a incassi reali, senza nessun trucco contabile, attuato con il solo scopo di aggirare la morsa del fisco. Uno degli accertamenti effettuati quasi sempre dalla dalla Gdf, infatti, consiste nel confrontare gli importi fatturati con le tariffe stabilite dagli Ordini professionali, oppure con i compensi incassati dallo stesso professionista per prestazioni simili. Lo scopo, ovviamente, è quello di “scovare” l’eventuale presenza di compensi “nascosti”, incassati “in nero” soltanto per ridurre il reddito imponibile. Ma l’obiettivo è anche quello di verificare l’esistenza di spese gonfiate, cioè non proporzionate al volume di attività del professionista. Se vengono riscontrate anomalie, la Guardia di Finanza approfondisce il proprio livello di indagine. Nello specifico, cerca di accertare se il professionista ha fornito prestazioni che vengono qualificate come gratuite, per esempio quando il dentista sostiene di non aver incassato alcuna tariffa per il lavoro svolto. In caso affermativo - poiché questa pratica potrebbe nascondere dei ricavi in nero, le Fiamme Gialle verificano se le prestazioni effettuate gratuitamente hanno una ragion d’essere oppure se, invece, hanno come unico scopo quello di abbattere il valore del reddito dichiarato. Naturalmente, gli agenti che effettuano i controlli devono essere pronti ad ascoltare le ragioni del contribuente, tenendo in considerazione qualsiasi giustificato motivo, illustrato di persona dal professionista: in alcuni casi, tanto per citare un esempio, la mancata fatturazione di un servizio può essere dovuta a incassi percepiti in ritardo o al rifiuto di pagare le parcelle da parte di qualche paziente.
I redditi
Il terzo fronte su cui si concentrano le attività di verifica della Gdf riguarda la metodologia di calcolo dei ricavi dello studio odontoiatrico, esposti nella dichiarazione fiscale presentata ogni anno. Gli ispettori hanno infatti il compito di accertare se l’odontoiatra ha tenuto conto di tutte le “componenti positive di reddito”, che concorrono a formare il suo debito con l’erario. A questo proposito va ricordato che, tra le voci incluse nel reddito imponibile, devono essere inseriti anche alcuni compensi straordinari, percepiti dal professionista durante lo svolgimento dell’attività. Si tratta, per esempio delle plusvalenze derivanti dalla vendita di beni strumentali, come gli impianti o i macchinari dello studio, oltre ai risarcimenti ottenuti per un eventuale danneggiamento degli stessi beni. Senza dimenticare, inoltre, alcune voci di reddito molto particolari, come gli utili incassati, i proventi che derivano da rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, oppure gli interessi di mora applicati dal professionista per qualche dilazione di pagamento concessa ai pazienti. Anche i documenti relativi a queste componenti di reddito, dunque, vanno conservati con cura.
Ma l’elenco delle carte non finisce qui. La Guardia di Finanza, infatti, può effettuare verifiche anche sulla documentazione riguardante il personale dipendente impiegato nello studio.
Nello specifico, le ispezioni accertano se il titolare dell’ambulatorio ha effettuato regolarmente i versamenti dovuti nella sua veste di datore di lavoro (per esempio il pagamento dei contributi sociali e previdenziali per il personale).
I controlli, dunque, possono avvenire a 360 gradi. Va inoltre ricordato che le ispezioni della Gdf non sono le uniche verifiche fiscali a cui è soggetto un lavoratore autonomo. Molto più frequenti sono quelle svolte da un altro ente dello stato: l’ Agenzia delle Entrate.
Si tratta, per chi non lo sapesse, di una struttura amministrativa che opera alle dipendenze del ministero dell’Economia e che svolge i propri controlli in maniera molto differente rispetto alla Gdf. In genere, le ispezioni delle Entrate non avvengono sul campo, ma attraverso una corrispondenza con il contribuente, che viene invitato a recarsi negli uffici dell’Agenzia, per esibire i propri documenti fiscali.
GdO 2010;12
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