La vicenda della chiusura, in Spagna, delle cliniche della catena iDental riporta alla luce quale dovrebbe essere la vera questione da affrontare sul tema dell’ingresso del capitale in odontoiatria: la tutela dei pazienti.
La questione era stata posta all’inizio delle rivendicazioni sindacali ed ordinistiche alla politica al tempo del Ddl Concorrenza, ma con il tempo le rivendicazioni si sono spostate su altri temi: rispetto deontologico, mercificazione della professione, rispetto delle regole.
Temi reali ma molto più ad effetto per la “pancia” della categoria che per la Politica; ed infatti ha preferito non decidere se non rafforzando il ruolo del direttore sanitario e le sue responsabilità a garanzia del paziente.
Ma le conseguenze della chiusura di iDental non nascono perché le regole non sono state rispettate, ma perché le regole non ci sono o meglio le regole sono quelle della finanza che non sembrano essere adatte ad un settore dove il business è la salute delle persone. Stesso business del dentista libero professionista, ma con regole diverse.
Mi spiego. Se io compro un appartamento sulla “carta” e poi ad un certo punto la società costruttrice fallisce prima di terminare lo stabile, molto probabilmente quanto ho versato andrà perso e rimarrò senza appartamento. La società risponde del capitale sociale, i suoi beni vengono venduti e quanto raccolto diviso per i creditori. Funziona così per tutti i casi di fallimento di una società. Diverso invece per i professionisti e le associazioni tra professionisti che rispondono in proprio ed in solido con il capitale personale e se non basta, in alcuni casi, con quello dei familiari.
E questo indifferentemente che si tratti di dentisti, di avvocati o di imprese.
Da quanto abbiamo appreso dalla stampa spagnola e dalle denunce dell’Ordine, la iDental, in carenza di liquidità, non ha trovato nuovi fondi disposti ad investire per via dei bilanci non in salute, e così come capita alle aziende che fanno perdere dei soldi agli investitori, si chiude. La finanza investe, ti consente di partire alla grande, con attrezzature di alto livello, strutture moderne, sedi di prestigio, investire in pubblicità ma se poi dopo alcuni anni gli investitori non rientrano nelle spese, dirottano gli investimenti verso altri settori. Se trovano a vendere bene, altrimenti è meglio chiudere ed inserire le perdite a bilancio, cercando di rifarsi con altri business.
Se un Fondo d’investimento decide di chiudere la fabbrica in cui aveva investito, a “bocca asciutta” rimarranno i fornitori ed i dipendenti. Ma se il fondo decide di chiudere le cliniche a rimetterci, oltre a fornitori e dipendenti, saranno anche i pazienti che erano in cura e che hanno già versato parte degli acconti.
Diranno alcuni: ma quanto capitato a iDental (peraltro anche in Italia singoli centri odontoiatrici gestiti da società di capitale negli anni hanno chiuso lasciando i pazienti con le cure da terminare) potrebbe capitare anche ad altre società che gestiscono centri medici, poliambulatori, ospedali.
Non saprei se questo è vero. O meglio, certamente il capitale è determinante per realizzare progetti che hanno anche una valenza sociale, come un centro medico ed ancora di più cliniche private (viste le carenze del nostro SSN), ma credo che la medicina sia diversa dall’odontoiatria. Ditemi voi se ho ragione.
Faccio un esempio e scusatemi se banalizzo. Devo operarmi ad un ginocchio, faccio le visite del caso, entro nella clinica privata, pago (o la mia assicurazione paga) l’intervento, la degenza, le cure e quando esco sono “sano”. Certo dovrò fare delle visite di controllo, riabilitazione, qualche altro esame: ma il più è fatto, tutto risolto nell’arco temporale che sono rimasto nella struttura.
Per l’odontoiatria non è così: mi rivolgo allo studio odontoiatrico, il dentista che ci lavora mi fa il piano di trattamento, cominciamo le cure e prima di vedermi riabilitato con la mia protesi può passare anche un anno, per l’ortodonzia molto di più. E se la struttura nel mentre chiude oltre al problema di riavere i soldi già versati come acconto c’è quello di trovare un dentista disposto a “mettere le mani” su quanto fatto da altri, sempre che poi la chiusura repentina non abbia impedito di recuperare cartelle cliniche ed altre indicazioni necessarie per continuare la cura. Un aspetto, credo, che vada considerato chiedendo alla politica di imporre delle garanzie per i pazienti. Non è un problema quindi di qualità della cura, ma di continuità della cura.
Scorrendo alcune ricerche realizzante da varie fonti e pubblicate da Odontoiatria33, credo di non sbagliarmi di molto se indico che gli attuali pazienti in cura in studi di proprietà di Catene siano circa un milione, e circa la metà sono riferibili ai due principali marchi presenti in Italia, entrambi in mano a gruppi finanziari. Presenza dei Fondi di investimento molto importante anche negli altri marchi. Ma anche la chiusura di un solo Centro, e la vicenda di Sarzana (anche se in quel caso solo temporaneamente) e quelle delle strutture che hanno chiuso in questi anni in Italia, rendono l’idea del problema e della necessità di studiare forme di tutela.
Potrebbe essere un fondo di garanzia in base al fatturato, rendere pubblici i bilanci in modo che Ordine e sindacati possano cogliere preventivamente segnali di rischio. Non sono certo io a dover proporre.
Non vedo tra le soluzioni utili la messa al bado di queste strutture -che comunque generano anche posti di lavoro per il settore odontoiatrico- o vietare al capitale di investire, capitale che aiuta le strutture -anche quelle in mano ai singoli dentisti- ad innovare e crescere. Potrebbe essere utile evitare che “il capitale” detenga la maggioranza delle quote in modo che la decisione di destinare gli investimenti in altri settori non determini l’automatica chiusura. Come volevano gli emendamenti proposti al Ddl Concorrenza, che sono stati intesi, però, come “proposta corporativa” e di fatto accantonati.
Personalmente ho sempre considerato scorretto, e neppure serio, attaccare le Catene facendo intendere che offrono cure di scarsa qualità, sul fare credere che in quei centri vengono proposte terapie che non servono. Le ho sempre considerate iniziative soprattutto ingiuste nei confronti dei dentisti (laureati ed abilitati) che lavorano in quei centri. Diverso è andare a spiegare ai cittadini del possibile rischio in caso di chiusura della struttura, suggerendo azioni preventive, o chiedere di prevedere tutele.
Sono sicuro che i sindacati, al più presto, sottoporranno alla Politica la quesitone. Finalmente il Governo è pienamente operativo, c’è un Ministro medico, c’è soprattutto una dentista competente e preparata, l’On Boldi, in posizioni importanti che sa di cosa si parla e può sostenere le iniziative ritenute corrette.
Credo che sia il tempo di abbandonare la caccia alle streghe per fare contenta la base associativa e lavorare su interventi concreti e seri per gli unici per cui tutti devono battersi: noi pazienti.
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