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20 Gennaio 2019

Cosa insegna il caso del dentista che ha rifiutato di curare un paziente sieropositivo?

Norberto Maccagno

Viviamo in una società che accetta che il destino di 40 disperati lasciati in balia del mare per 20 giorni sia un caso politico e non umanitario, che in Italia migliaia di donne vengano molestate, picchiate, sfregiate, ma ci indignammo se viene giocata una partita di calcio nello stadio di un paese mussulmano, perchè le donne sono relegate in un settore specifico. I giornali e la televisione giornalmente ci raccontano di dichiarazioni e gesti razzisti e sessisti di personaggi pubblici senza provocare reazioni, probabilmente oramai abituati dalla violenza e pochezza intellettuale amplificata dai social o semplicemente perché, anche questi temi, sono diventati “abitudine”. 

Allora perché la notizia del dentista che ha rifiutato di curare un paziente sieropositivo ha trovato una certa amplificazione mediatica? Le indicazioni di non curare gli immigrati clandestini, non sono dello stesso tenore? 

Ho letto in alcuni post su Facebook commenti di dentisti che ipotizzavano come sia stato montato un caso per via “della potente lobbie” delle associazioni Gay. Che al dentista è stato teso un tranello, che era tutto combinato per screditarlo. 
Forse è anche vero, ma proprio perché sappiamo che quello dell’omosessualità, dell’Aids è un tema delicato, trattato con “attenzione” nel nostro Paese, quel dentista avrebbe dovuto avere certamente più “tatto”.

Non solo per tutelare la sua immagine ma perché con il suo gesto ha messo in imbarazzo la professione. Nell’articolo in cui abbiamo dato la notizia dell’episodio, l’avvocato Silvia Stefanelli ha ricordato che dal punto di vista giuridico il dentista potrebbe scegliere i pazienti che vuole visitare nel suo studio privato.

Ma sono le motivazioni date per giustificare la scelta -senza un fondamento giuridico e medico-  a mettere in difficoltà i suoi colleghi. 

Avesse detto: “guarda, in questo studio non curiamo froci, drogati, negri, ebrei e zingari”, sarebbe stato esclusivamente un problema suo. Più discretamente poteva trovare altre scuse, come dare un appuntamento in orari impossibili, dire che ha troppi pazienti e prima di un mese non avrebbe potuto visitarlo, che non era in grado di eseguire gli interventi odontoiatrici di cui necessitava perché complicati.   

Invece il dentista è stato “sincero” ed ha spiegato al paziente che lui non era in grado di curare pazienti sieropositivi. In realtà, sono convinto (e lo spero per i suoi pazienti), le difficoltà  sono personali e non “strutturali”. 

Ma attenzione, il caso mediatico non è nato solo perchè con il suo rifiuto il dentista ha manifestato una forma di discriminazione (peraltro andando contro il giuramento che quando si è iscritto all’Ordine ha fatto) ma perché è passato (probabilmente anche a causa di dichiarazioni, diciamo, male interpretate) il concetto che non tutti gli studi odontoiatrici italiani sono attrezzati a prevenire le infezioni da Hiv. 

Ed infatti il Ministro della Salute Giulia Grillo ha subito dichiarato che “non è accettabile che una persona sieropositiva sia cacciata da uno studio odontoiatrico perché non in grado di ‘gestire’ un paziente con Hiv” ed ha annunciato di voler attivare le verifiche del caso. Verso il dentista o verso tutti i dentisti? 

Già perché i protocolli operativi e gli strumenti che lo studio odontoiatrico deve avere (ed usare) per prevenire le infezioni sono gli stessi per qualsiasi infezione: Hiv, epatite C compresi. Lo aveva spiegato bene il prof. Marco Scarpelli in un approfondimento su Odontoiatria33, in cui ha ricordato che “le cautele di prevenzione e protezione nella cura del paziente debbano essere impiegate con qualsiasi paziente sia esso sieronegativo, sieropositivo o non noto”. “Va infatti considerato –continuava il prof. Scarpelli- che nella propria clientela possono esserci anche soggetti sieropositivi che non lo hanno dichiarato o sieropositivi che non ne sono, ancora, al corrente”.  

Il prof. Davide Pugliese, ex coordinatore del Centro odontoiatrico di San Patrignano, in una intervista che pubblicheremo nei prossimi giorni su Odontoiatria33 spiega come oggi il paziente affetto da Hiv sia certamente un paziente con problemi di salute ma ampiamente gestiti, certo da considerare anche dal punto odontoiatrico ma non per un problema di sicurezza dell’operatore, ma per un problema di salute odontoiatrica del paziente. Si pensi alla necessità di curare la parodontite per evitare l’aggravare delle infezioni.

Le linee guida ministeriali indicano chiaramente i percorsi di cura necessari e su quali porre attenzione per aiutare il paziente. 

Queste le considerazioni cliniche e mediatiche sulla vicenda che, come tutti i casi mediatici, verrà dimenticata dopo pochi giorni.  Ma  è sulla causa scatenante che vorrei soffermarmi: l’ideologia, il pregiudizio

Chi di voi ha i capelli bianchi, come presumo abbia il dentista romano che le cronache indicano essere un over sessanta, ricorda lo spot contro l’AIDS e la promozione dell’uso del preservativo dove le persone malate venivano indicate con un alone viola. Il messaggio invitava alla prevenzione, ad evitare rapporti e comportamenti a rischio, ma faceva, volutamente, anche passare l’immagine del malato di AIDS come “untore”. Fortunatamente sappiamo come nei 30 anni successivi la ricerca abbia fatto passi da gigante dando non solo una concreta speranza di vita ai malati, ma la possibilità di vivere normalmente.

Ma se questo atteggiamento di paura -nato certo da preconcetti causati dal non conoscere a fondo il problema o da ideologie- può essere giustificabile per le persone comuni (vi ricorderete il paziente che si è rifiutato di farsi curare da un medico di colore), non credo possa essere giustificato e tollerato da una persona di scienza, come il medico dentista romano è.

       

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