Uno dei temi che ha contraddistinto questi due mesi di epidemia credo sia stata l’attesa, l’altro è stata l’incertezza.
L’attesa di uscire, l’attesa di riaprire, l’attesa di una normalità che molto probabilmente sarà comunque diversa da prima, l’attesa del sapere cosa, chi deve decidere, ha realmente deciso.
Per quanto riguarda l’incertezza è stata alimentata dalle tante notizie che si sono susseguite sul virus, sul contagio per non parlare del futuro che ci aspetterebbe. Su quello odontoiatrico vi consiglio, contro l’ansia, di leggere l’intervista fatta al prof. Carlo Guastamacchia.
Il Governo non ha lesinato nel fomentare nostre attese, aggiungendo poi anche l’incertezza: quella del capire se quanto annunciato sia poi realmente ottenibile. Con il decreto Rilancio si è forse anche superato in termini di attesa: l’aveva annunciato a fine marzo, lo abbiamo atteso per tutto aprile poi è stato presentato nella serata di mercoledì 13 maggio, ma ad oggi non si conosce ancora il testo ufficiale, e riecco anche l’incertezza.
Anche il settore odontoiatrico ha vissuto una sua specifica attesa, quella per le indicazioni ministeriali. Un’attesa peraltro più contenuta, rispetto al decreto Rilancio. Ma anche in questo caso, in alcuni, c’è ancora l’incertezza.
Agli annunci della loro validazione, arrivati da parte del Ministero -l’annuncio lo ha dato direttamente il Viceministro Pierpaolo Sileri- da Sindacati ed Ordine, alcuni fanno notare che non è c’è ancora un documento con firma e bollino ministeriale. Quindi possono essere anche legittime le domande che molti lettori ci hanno posto: ma serve e ci sarà un bollino? Si devono rispettare? Che valore legale hanno?
A complicare ancora l’incertezza, dopo le note di soddisfazione di venerdì di Ordine e Sindacati, dopo il via libera del CTS al testo, arriva ieri la nota di ANDI in cui il suo presidente Carlo Ghirlanda richiede la “revisione” di una delle poche modifiche apportare dal CTS al testo uscito dal Tavolo di lavoro. La modifica richiesta è del punto in cui vene raccomandato “di utilizzare camici e tute certificati come DPI di terza categoria secondo la norma UNI EN 14126”.
Il problema principale di questa modifica, per l’odontoiatra non è tanto (certo anche) che quel tipo di camici costano molto di più di quelli che rispettano la norma UNI indicata nella bozza consegnata dal Tavolo tecnico, ma che sono di fatto irreperibili. La nota sarebbe stata introdotta da INAIL che probabilmente ha ritenuto che il rischio nello studio odontoiatrico sia paragonabile a quello di un luogo dove si deve contenere il rischio biologico massimo.
Certo è anche vero che, come indicato nelle indicazioni ministeriali, il dentista deve trattare tutti i pazienti come se fossero potenzialmente asintomatici e quindi malati (così come dovevano e devono ancora considerarli potenzialmente affetti da Hiv ed epatite), ma anche i camici precedentemente indicati rispondevano a requisiti di prevenzione a rischio da agenti infettivi.
Chissà se allora fosse stata l’INAIL a stilare le Linee Guida per gli studi odontoiatrici e non gli odontoiatri stessi, cosa sarebbe stato imposto.
Ora, stando a quanto ha dichiarato il presidente CAO Raffaele Iandolo durante un webinar organizzato ieri pomeriggio dall’OMCeO Roma, è stato formalmente chiesto all’INAIL di rivedere l’indicazione anche perché, ha ricordato Iandolo, le stesse si basano su due capisaldi: il primo garantire la sicurezza sulla base di evidenze scientifiche, il secondo è che le indicazioni poste devono poter essere applicabili negli studi. E se non si trovano i camici, è difficile applicarle.
Nel frattempo, lo studio potrebbe utilizzare quelli in TTR, peraltro anche riutilizzabili, ma la questione di fondo rimane ed allora torniamo alle domande poste dai lettori sulla validità legale delle indicazioni ministeriali e se per essere valide debbano avere la bollinatura ministeriale o governativa, e se si, nel mentre che arriva, quali indicazioni si devono seguire?
Ovviamente non so rispondere e non per questo voglio spostare l’attenzione altrove.
Però accantonando le questioni legali (non certo trascurabili), la mia impressione è che in questo momento critico, e non solo per l’odontoiatria, la scelta del Governo sia quella di dare indicazioni al fine di ridurre i rischi. Anche perché sono indicazioni in continua evoluzione, così come in evoluzione è l’emergenza sanitaria. Magari a metà giugno la situazione sanitaria sarà cambiata in meglio, e lo stesso Tavolo tornerà a riunirsi per ridurre le misure previste in studio.
Lo stesso decreto approvato venerdì notte dal Governo, quello che consente a molte delle attività chiuse di riaprire dal lunedì 18 indica che le attività devono, cosi recita il provvedimento, “svolgersi nel rispetto dei contenuti di protocolli o linee guida, idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio nel settore di riferimento o in ambiti analoghi, adottati dalle regioni o dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome, nel rispetto dei principi contenuti nei protocolli o nelle linee guida nazionali. In assenza di quelli regionali trovano applicazione i protocolli o le linee guida adottati a livello nazionale”.
Non viene però specificato chi emana le linee guida nazionali (quelle per commercianti, parrucchieri, ristoranti sono state redatte dalla Stato Regioni, altre dall’INAIL), quindi –credo- essendo quelle odontoiatriche redatte e confermate dai principati Sindacati, dall’Ordine, da un Tavolo istituito dal Vice Ministro della Salute, sulla base di evidenze scientifiche, credo che si possa sostenere che rispettando quelle indicazioni si possa prevenire il rischio di contagio o di contrarre il virus.
Ovviamente è la mia opinione, voi come la vedete?
Dal mio punto di vista, in questo momento la vera questione è la stessa che sottolineavo nello scorso DiDomenica, ovvero è profondamente sbagliato considerare le indicazioni ministeriali come la lista della spesa da rispettare o cercare di aggirare pur rimanendo nella legalità, perché il rischio non è una sanzione ma la salute propria e degli altri.
E credo che questo mio modo di interpretare sia avvalorato dal Comitato Tecnico Scientifico che ha analizzato, ed in parte come abbiamo visto integrato il testo redatto dal Tavolo tecnico, quando nel parere che ha formulato sottolinea: “E' opportuno rappresentare che ogni realtà odontoiatrica infatti richiede una attenta valutazione del rischio e che laddove comporti la presenza di lavoratori (ai sensi dell'art. 2 del D.Lgs. 81/08 e smi) necessita nella stesura dell’integrazione del DVR della collaborazione al datore di lavoro e delle figure della prevenzione incluso il medico competente ove previsto. Pertanto specifiche misure di prevenzione e protezione dovranno essere calibrate sulla base delle peculiarità delle realtà odontoiatriche e in quest'ottica il documento può fornire indicazioni utili alla gestione di un'attività essenziale per la salute della popolazione ma che è caratterizzate da specifiche complessità sia per il rischio di prossimità che di contagio in relazione anche ai contesti specifici degli studi dentistici”.
E’ in questo passaggio che, a mio parere, sta la vera indicazione su come lo studio dovrà gestire la fase della post emergenza del Covid-19: l’analisi del rischio e le procedure da adottare in base alle caratteristiche dello studio.
Prendiamo per esempio la questione dell’areazione dell’area clinica necessaria dopo ogni paziente. Le indicazioni ministeriali raccomandano la necessità di farlo dopo ogni paziente, da preferire l’areazione naturale e nel caso si utilizzi quella forzata impone dei parametri.
Quindi dovrà essere il titolare dello studio ad individuare la procedura e la tecnologia più idonea sulla base della possibilità di areazione che ha nel suo studio.
Altro passaggio, anche questo imposto dall’INAIL, la gestione delle mascherine FFp2 da parte del personale che presenta difficoltà respiratore. Anche in questo caso non vengono date indicazioni precise su come comportarsi, perché indicazioni precise non possono essere date. Sarà il titolare che dovrà valutare, nel caso la propria ASO dopo l’utilizzo prolungato delle FFp2 riscontrasse problemi respiratori, di adottare procedure che prevengano il problema: magari destinandola ad altre mansioni se possibile, oppure prevedendo periodi di pausa o altro.
Come sottolineato in queste settimane le vere linee guida che gli studi aspettavano per la riapertura non arrivano dal ministero ma dal proprio DVR che non può più essere quello scaricato dal sito di AIO o ANDI, stampato, fatto firmare dai collaboratori e poi riposto in una cartelletta. Deve essere valutato, pensato e poi redatto rispettando le indicazioni ministeriali che poi si basano su indicazioni scientifiche, ma adattato alla propria realtà.
Il titolare dello studio dovrà fare questa analisi da solo?
Se riterrà di poterlo fare si, altrimenti potrà farsi aiutare dal medico competente, figura che per anni è stato oggetto di battaglia sindacale. Il sostenere ed aver ottenuto di non essere obbligati ad averlo è stata una vittoria sindacale contro la burocrazia, ma oggi, in questa fase di rischio, se adottarlo rimane non obbligatorio, non potrebbe essere opportuno?
Poi c’è una ulteriore questione che ogni volta che rincorriamo o invochiamo norme ed il rispetto di esse tendiamo tutti a dismenticare, legislatore e funzionario deputato al controllo in testa: il buon senso.
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