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27 Settembre 2020

Prevenire è certamente meglio che curare. Ma quando serve curare il dente?

di Norberto Maccagno


Giovedì primo ottobre partirà il quarantesimo Mese della Prevenzione dentale. Ne parleremo dettagliatamente la prossima settimana, giovedì Mentadent ed ANDI hanno organizzato una conferenza stampa di presentazione. 

Venerdì scorso ho avuto il piacere di incontrare il prof. Carlo Guastamacchia, uno degli illuminati componenti della Commissione di Prevenzione Stomatologica istituita nel 1976 dall’AMDI che qualche anno dopo ideò e attivò il Mese della Prevenzione.

Gli ho posto queste due domande:

1) In questi quarant’anni è sempre valida la necessità di promuovere la prevenzione verso i cittadini?

2) Sono cambiate le esigenze cliniche: un tempo carie, oggi altre patologie? 

Alla prima mi dice: “rispondo facilmente Si. Ricordando il martellamento che fa di continuo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) riguardo alla necessità di motivare senza tregua, e con ogni mezzo, la prevenzione verso le malattie trasmissibili e non trasmissibili: è lecito considerare le malattie del cavo orale appartenenti ad entrambe le categorie. Si deve comunque tenere ben presente che, dal punto di vista comportamentale, la prevenzione è una sola e, pertanto, occorre stimolare ogni cittadino verso l’attenzione ed il rispetto totale, non parcellizzato, verso la propria condizione fisica”. 

La risposta alla seconda domanda è un secco No. “Le esigenze cliniche -dice- non sono cambiate, mentre è molto, e positivamente, cambiata, l’attenzione a patologie cui un tempo si dedicava minor attenzione specifica, trascurandone i segni premonitori iniziali: una su tutte, la patologia oncologica”.  
Poi, e non poteva non essere così, il prof. Guastamacchia ricorda l’importanza della comunicazione e, partendo da quello che il prof. Massimo Gagliani ha scritto nella sua ultima Agorà del Lunedì a proposito del “promuovere” la prevenzione, dell’educare verso la Salute orale, ricorda un altro suo cavallo di battaglia: “il primario e continuo rispetto della propria condizione fisica globale, presupposto indispensabile, a sua volta, di una coincidente, ottimale, condizione psicologica e mentale”. 

In questi decenni in cui ho avuto modo di raccontare il susseguirsi delle edizioni del Mese delle Prevenzione Dentale (credo poco più della metà), autorevoli esperti del settore e non mi facevano notare come a convincere gli italiani a “lavarsi i denti dopo ogni pasto”, oltre ad assimilare l’assunto che “prevenire e meglio di curare”, è stata la campagna mediatica che ha sempre accompagnato il Mese della Prevenzione. Poi certamente il lavoro fatto alla poltrona dai dentisti ANDI aderenti al Mese. 

Ma a convincere mamme e papà e figli a darci dentro con spazzolino e dentifricio sono stati gli spot in televisione, in radio, sui quotidiani e sui rotocalchi. Non sarò certo io a ricordare che, oggi, non è più la carie a minare la salute orale degli italiani, ci sono i problemi parodontali, quelli legati agli stili di vita sbagliati, allo stress.

Oggi mantenere una buona salute orale è il primo passo per essere sani e prevenire altre importati patologie.Quindi motivare la prevenzione è ancora sempre spazzolino e dentifricio, ma anche altro: attenzione alle gengive, via fumo ed alcol, occhio all’occlusione, all’alimentazione, ai farmaci. 

In realtà non è vero che la prevenzione non è più questione di carie. Non lo è più in un determinato strato sociale della popolazione, in un altro è ancora un problema sentito, e non solo tra i figli dei nostri nuovi concittadini arrivati più o meno da lontano. 

Nei prossimi giorni su Odontoiatria33 pubblicheremo la sintesi di un lavoro italiano appena pubblicato Scientific Report dai professori Guglielmo CampusFabio Cocco, Laura Strohmenger e Maria Grazia Cagetti in cui emerge un dato allarmante anche nel nostro Paese: la prevalenza e la gravità della carie nei bambini di 12 anni è in rapporto alle condizioni socioeconomiche, sia a livello individuale che a livello macroeconomico. In sostanza le persone socialmente deboli non hanno gli strumenti per curare i propri figli. Magari non vi sembra una notizia, da tempo si denuncia (ma non si va oltre alla denucia) le difficoltà degli italiani a curarsi.

Ma qui parliamo di under 12, di quella popolazione che dovrebbe rientrare nei LEA.Se questo è da sempre “naturale”, ma non giustificabile, in Paesi con modelli basati sulle assicurazioni, come gli Stati Uniti, non dovrebbe esserlo in Paesi come il nostro dove, il Servizio Sanitario Nazionale, non solo è indicato come tra i migliori al mondo ma lo ha anche dimostrato in situazioni complicate come quelle che stiamo vivendo.  

Ma non per l’odontoiatria. Ha fatto bene il presidente nazione CAO Raffaele Iandolo a chiedere nei giorni scorsi al Ministro della Salute un potenziamento dei LEA odontoiatrici per le fasce sociali deboli. Vedremo se Speranza vorrà distinguersi da predecessori. 

Se il Mese della Prevenzione da quarant’anni dimostra gli effetti positivi del porre attenzione alla prevenzione ed il ruolo centrale dei dentisti liberi professionisti verso la tutela della salute orale degli italiani, dall’altra scopre anno dopo anno il disinteresse dello Stato verso la salute orale degli Italiani. Dopo quarant’anni, quanto attivato dall’allora AMDI è ancora oggi l’unico programma di prevenzione odontoiatrica attivo su tutto il territorio nazionale. Programma possibile solo grazie ai privati (aziende e dentisti). 

Da sempre si parla della mancanza di fondi per l’odontoiatria pubblica, ma è una scusa, non si è mai voluto neppure ipnotizzare, cercare di capire cosa poter fare e soprattutto quanto serve investire per farlo. Non ci saranno soldi per l’implantolgia, per le cure estetiche ma almeno per le cure ai soggetti socialmente e clinicamente deboli si devono trovare. Non si può certo generalizzare, in quanto realtà pubbliche che funzionano (molte legate all’Università ed altre al volontariato delle Onlus) nel nostro Paese ci sono, ma come sempre si basano sulla buona volontà degli odontoiatri che lavorano nel pubblico.
Però la risposta che prevalentemente un paziente con mal di denti ha quando si rivolge in un ospedale pubblico, è quella della terapia farmacologica o dell’estrazione. Creando poi un potenziale edentulo che il pubblico quasi mai è in grado di riabilitare. 

La conferenza stampa di giovedì ovviamente e giustamente deve celebrare una iniziativa che in quarant’anni ha centrato tutti gli obiettivi. Ma subito dopo, spero, si possa finalmente trovare il modo e lo spazio per chiedere a gran voce una soluzione per tutti quei pazienti che fatta la visita gratuita si trovano nelle condizioni di doversi fare curare, ma non possono farlo da un dentista privato.  

Soluzione che non deve essere basata sul buon cuore del privato, sul volontariato, ma deve essere strutturale partendo da quel concetto fondamentale che la politica sembra aver sempre cercato di non voler ammettere: la salute orale è una parte della salute dell’individuo, e per questo deve essere tutelata come tutte le altre.

E solo quando la Politica riconoscerà la salute orale al pari della altre patologie, riconoscerà gli odontoiatri al pari degli altri medici. 

Progetti negli anni ne sono stati proposti, sul territorio italiano ne sono attivi di virtuosi che dimostrano che una assistenza odontoiatrica pubblica può essere economicamente sostenibile. Bisognerebbe solo voler guardare, scegliere e decidere. Azioni sempre difficili per la Politica, più brava a promettere. 

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