Una delle conseguenze della pandemia per gli studi odontoiatrici è stata quella di costringerli a modificare l’organizzazione dello studio e la gestione del paziente. La necessità di evitare assembramenti in sala d’attesa ha obbligato gli studi a gestire in modo più attento gli appuntamenti.
Quelli più strutturati, ma non solo loro, hanno anche adottato procedure che prevedono visite a distanza utilizzando quanto oggi la tecnologia offre: dal cellulare alle più sofisticate ma estremamente economiche telecamere intraorali portatili consegnate al paziente, per esempio, per seguire a distanza l’evolversi di un trattamento ortodontico.
Ne abbiamo parlato in più occasioni su Odontoiatria33, tra quelli pubblicati vi segnalo gli approfondimenti del prof. Luca Levrini, di Davis Cussotto e dell’avvocato Silvia Stefanelli.
E quella di una più attenta gestione del paziente sarà certamente uno di quegli aspetti che, credo, rimarranno anche dopo la pandemia. Altro tema, più sentito in ambito medico, è quello delle cure a domicilio. Tema del curare il malato a casa e non in ospedale sul quale da sempre si dibatte e che con il Covid è nuovamente tornato d’attualità, vedremo se verrà finalmente affrontato e organizzato.
Ma perché si dà per scontato che l’assistenza domiciliare non debba interessare l’odontoiatria?
Certo viene affrontato –ma marginalmente come ogni tema che tocca l’odontoiatria di comunità- quando si tenta di attivare percorsi di assistenza all’interno di Rsa, delle case di riposo per anziani, ma mai in modo più ampio pensando all’odontoiatria domiciliare come una opportunità sia per i pazienti che per gli odontoiatri.
Ne parlava alcuni mesi fa il prof. Massimo Gagliani in un suo Agorà del Lunedì ricordano come il costante aumento dell’aspettativa di vita dei cittadini italiani porterà anche l’assistenza odontoiatrica privata a dover dare delle risposte a persone sempre più avanti negli anni, ma non solo, magari anche solo con difficoltà di mobilità.
Già perché ancora oggi, sbagliando, si associa l’anziano all’odontoiatria sociale e non come un paziente con possibilità di spesa che ha però esigenze e necessità diverse dal paziente tradizionale e spesso poco compatibili con lo studio tradizionale, ma anche con gli ambulatori pubblici.
“Credo sia ora di pensare al dentista a domicilio, una nuova professione che l’odontoiatria moderna potrebbe codificare con strumenti e protocolli molto facili da adottare se provvisti di tecnologia”. “In tempi di Covid potrebbe sembrare un problema di infimo ordine ma, proprio per questo, le scelte – anche in questo ambito – sono parse penalizzanti per l’odontoiatria: al contrario ci vorrebbe veramente poco e il vantaggio sarebbe enorme, proprio in termini di qualità di vita”; scriveva il prof. Gagliani nel suo editoriale.
Ma oltre a quella “codificazione” fatta di strumenti (alcuni già ci sono) e protocolli clinici (e di sicurezza delle cure), giustamente indicata come necessaria dal prof. Gagliani, si deve pensare anche agli aspetti normativi e di responsabilità.
Che le norme sulle cure domiciliari non fossero chiare e con lacune, se ne è accorta anche la politica che è corsa ai ripari inserendo un articolo nella Legge di bilancio 2021 che porta una modifica alla disciplina autorizzativa in ambito sanitario. Ringrazio l’avvocato Silvia Stefanelli per la segnalazione.
Il comma 406, lett. a), della finanziaria, spiega l’avvocato Stefanelli, ha modificato infatti l’art. 8-ter, comma II, del d.lgs. 502 del 1992, in cui ora si legge che: “L'autorizzazione all'esercizio di attività sanitarie è, altresì, richiesta per gli studi odontoiatrici, medici e di altre professioni sanitarie, ove attrezzati per erogare prestazioni di chirurgia ambulatoriale, ovvero procedure diagnostiche e terapeutiche di particolare complessità o che comportino un rischio per la sicurezza del paziente, individuati ai sensi del comma 4, nonché per le strutture esclusivamente dedicate ad attività diagnostiche, svolte anche a favore di soggetti terzi, e per l'erogazione di cure domiciliari.”
Come ben sappiamo, essendo la normativa sulle autorizzazioni sanitarie in mano alle Regioni, le indicazioni contenute nell’articolo della Legge di Bilancio dovranno ora essere tradotte, dalle Regioni, in provvedimenti che regolamentino la procedura per il rilascio dell’autorizzazione, con relativa individuazione dei requisiti minimi per le cure domiciliari.
A cominciare dall’indicare cosa si intende per “cure domiciliari”. Anche se come ricorda l’avvocato Stefanelli, già in un DPCM del 2017 e in alcuni documenti della Commissione nazionale LEA si tenta di indicare quali possano essere considerate le cure a domicilio.
Ovviamente di indicazioni specifiche per l’odontoiatra nessuna traccia, anche se alcune di quelle date potrebbero interessare anche il settore.
Direte voi, ma già oggi vado dalla “nonnina” a casa a prendere le impronte per fare una dentiera o per una visita, per risolvere a domicilio un problema con turbine ed aspiratori portatili.
Ma lo potete fare? Lo si può fare in modo strutturato e non occasionale?
Il dentista a domicilio, sono convinto, può diventare una attività clinica, ma per quali interventi, con quali regole?
Come spesso capita nel settore, il rischio è che la questione non venga normata e lasciata in un limbo normativo o peggio ancora che nel normare le cure domiciliari, si pensi solo alla medicina. Non potrebbe, allora, essere l’occasione per il settore d’inserirsi nel dibattito e proporre regole che possano essere utili per far nascere la figura del “dentista a domicilio”?
Il rischio è sempre lo stesso, non essere nei tavoli che stanno approntando le regole, non proporre soluzioni specifiche, relega l’abito odontoiatrico ad essere indirettamente normato, ma senza considerare le sue specificità.
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